Anghiari si racconta
Cinzia Talozzi
Cinzia Talozzi nel suo ristorante ad Anghiari.

Con le figlie Armida e Margherita, Cinzia gestisce il suo ristorante che si trova nel cuore di Anghiari, al confine tra la città medievale e quella rinascimentale. Mi ha invitato da “Talozzi” e dopo un pranzo squisito che mi aveva preparato lei, l’ho intervistata insieme ad Armida. L’intervista con Cinzia, condotta in italiano, è stata trascritta e tradotta in inglese da Mirella Alessio e questa ne è una versione editata
La mia è una storia particolare perché la mia famiglia non è di Anghiari… Comunque, io sono nata in un piccolo paese in provincia di Siena, che si chiama Buonconvento, un paese interessante, antico, dove si produce un vino ottimo, siamo vicino a Montalcino, al Brunello.
Mio padre faceva il daziere, il daziere era l’esattore delle tasse. Nel 1969 fa un avanzamento di carriera e diventa direttore e viene a dirigere l’ufficio del dazio che era proprio qua, in Anghiari. Quindi io a 9 anni vengo trasferita qua con tutta la mia famiglia: la mia mamma, il mio babbo, la mia sorella e io.
Ed è stato uno choc, perché qua era molto diverso. Qua, nel 1969, era completamente diverso. La gente: la gente qua è gente di montagna. Le strade: era molto difficile arrivare qua, c’era un’unica strada che era la Libbia, questa fatta da Napoleone. Ma soprattutto, quando siamo arrivati qua, ricordo mia mamma, era molto bella, portava i tacchi perché Siena, Buonconvento era tutta pianura, ma arrivata qua lei non poteva portare i tacchi.
La gente non teneva le chiavi sulla porta, mentre a Siena si tenevano le chiavi sulla porta, poteva entrare chiunque… non c’era pericolo. Qui erano diffidenti, un po’ più chiusi. E anche più poveri, qui… perché questa è una zona, rispetto al senese, là c’era grano, là c’è vino, là c’è… qui è una terra di montagna e quindi insomma…
Noi abbiamo abitato, il primo mese siamo stati in albergo, qua al Meridiana, sicché bellissimo! Poi, a quei tempi, non c’era niente mi ricordo, nella piazza lì, del teatro, c’era il teatro e questa grande giostra con i cavalli. Però poi, il paese, c’erano pochissime macchine, la strada, ancora la discesa non era lastricata.
Io mi sentivo diversa dalla gente di qui, come un’emigrante. Da Siena!100 km! Un’emigrante! Perché già si parlava diverso, a Siena parlano senza la “c”, un dialetto diverso, a Siena si parla proprio l’italiano puro. Nel dialetto c’erano parole che non capivo. Quindi, questa lingua un po’ particolare. Poi, io andavo a scuola, e quindi io ero la figlia del direttore no? C’era questa differenza di classe.
La scuola era proprio qui, sopra la Meridiana, c’è il teatro, quella stradina, lì c’erano le elementari. Comunque io mi sono trovata subito bene, proprio perché, per questo carattere molto aperto, io ho fatto subito amicizia, e parlavo molto, allora mi tenevano sempre in fondo alla classe o mi buttava fuori il maestro! Il maestro, il maestro bravissimo tra l’altro, un maestro che era pure un poeta importante. La scuola bene, era solo l’ambiente, era un po’ estraneo.
Ma il mio babbo l’hanno accolto subito bene, tant’è che il mio babbo dopo pochi anni è diventato sindaco, lui ha fatto il sindaco qua 17 anni. Perché lui arriva qua che era un dirigente del partito comunista e era una cosa pazzesca capisci, lui direttore di un ufficio dello Stato, comunista! L’ufficio era proprio qui davanti, ecco perché ho voluto prendere questo posto, io ho voluto questo locale, perché questo mi ricorda sempre la mia infanzia, perché il mio babbo stava qui di fronte. A un certo punto a lui hanno chiesto di tornare verso Siena, ma io e mia sorella non siamo volute più andare perché noi si cresceva, si andava a scuola, cominciati i primi fidanzati.
Negli anni dopo anche la mamma ha voluto bene a questo paese, a queste persone, ormai per noi questo è il nostro paese.
Ci siamo fatti delle amicizie, lentamente però bello, sempre con stima, con affetto, una cosa bella. Poi il mio babbo, proprio perché faceva politica e lui conosce tutti, a noi, s’andava nelle case, nelle campagne. A noi, ci conoscono tutti. Poi nel 1980, quando lui è andato in pensione, lui ha aperto per noi figlie una pasticceria e ci abbiamo lavorato per molti anni.
Lui è andato in pensione molto giovane, perché lo stato aveva dato la possibilità di andare in pensione. Lui a 42 anni era in pensione, adesso ne ha 80, sicché lui ha fatto una gran bella vita.
Dopo la pasticceria, abbiamo aperto un ristorante, l’ho aperto io con loro, con il mio babbo e la mia mamma, a Toppole. Conosci Toppole? In campagna? Abbiamo avuto 5 anni questo ristorante, sì, sì. E adesso il mio babbo ha di nuovo un ristorante lì, aperto solo d’estate.
Ho sempre avuto una passione per la cucina. Io ho studiato account, ragioneria, però questo non mi piace, non mi è mai piaciuto. Mia zia, la sorella di mio padre, aveva ristoranti a Montecatini, quindi noi di famiglia, mia nonna cucinava benissimo, era una cuoca in campagna, una grande casa di contadini e quindi c’è questa cosa di cucinare. Per me la cucina è sempre stato un modo anche per stare, per capire le persone, per capire l’animo delle persone, un modo di volere bene, capito com’è? Non tanto per i soldi, ti giuro avrei potuto fare lavori che guadagnavo molto di più e faticavo meno.
Ho amici, negli anni son diventati amici, che vengono qui, che magari non hanno soldi e mangiano sempre, magari loro mi portano la verdura. Oppure suonano per me. Un ragazzo che ha un po’ di problemi economici, è un flautista e lui ogni tanto suona, facciamo le serate… Io ho voluto fare sempre il ristorante perché volevo che questa fosse la mia casa e che tu vieni nel mio salotto, perché io, io ho una piccola casa, non posso ricevere nessuno… E poi sai anche le figlie no? Che se ne vanno tutti per il mondo? Ma io voglio fare qualcosa che le tengono qui, sai perché io sono sola, mio marito è stato…
Io mi sono sposata due volte. Il mio primo marito è stato un amore di gioventù, poi questa storia è finita, però siamo rimasti in buoni rapporti. E poi sono andata nel 1987 in Russia, perché io sono molto miope e là c’era un grande professore e mi sono fatta operare da questa miopia e io lì ho incontrato il mio marito, il mio ex-marito. Ho incontrato questo marito, che è un uomo molto affascinante, intelligentissimo, ascoltava musica classica. Lui è ingegnere elettronico, lui costruiva le risonanze magnetiche e quindi io ho trovato lui che montava questa risonanza in questo ospedale. Poi da lì io mi sono trasferita in Corea, lui era a Seul.
Mi piaceva la Corea, molto. Ho aperto anche un ristorante, sì una pizzeria nel quartiere universitario a Seul. Insegnavo italiano agli studenti, sì, l’ho fatto per due anni e sai cosa insegnavo? Insegnavo agli studenti che fanno opera lirica i libretti delle opere - La Traviata, Rigoletto...
Poi circa nel ‘91-92 ho iniziato ad avere grossi problemi con lui. Però io sono anche rimasta incinta della prima figlia, allora io ho voluto insistere. Ma volevo tornare in Italia per fare la bambina qua perché io ho avuto paura, l’ho voluta far nascere in Italia, perché in Corea mi sembrava che le donne ancora non erano proprio come uomini. Son tornata qua, ho partorito e poi lui è venuto qua. Lui ha trovato lavoro a Milano alla Samsung. Quattro anni siamo stati a Milano, sempre casino. Rimango incinta dell’altra figlia e poi si viene qua perché lui trova un lavoro a Firenze. E poi dopo ci siamo separati perché non era più possibile. Adesso sta in Germania, adesso lui abita là.
Dopo che ci siamo separati, ho continuato a portare le bambine a lui nel mondo, dalla nonna, in Corea, ho cercato di mantenere il rapporto… con la famiglia… Era difficile il viaggio, però ho sempre pensato che era giusto così, poi non lo so se ho fatto bene perché lui non ha un buon rapporto… Loro son diventate grandi, non sono più bambine e quindi adesso sono un po’ distanti con il padre. Questo a me mi dispiace molto, ma io non posso fare niente perché loro sono adulte e loro faranno la sua scelta.
Tornando alla mia vita, io sono sempre stata molto legata a qua.
Io sono andata, ma sono sempre tornata qua. Prima di tutto, perché c’erano i genitori… C’è qualcosa di speciale in questo paese, sì, io penso di sì. Sai che se a volte, io quando stavo male, parecchio, mi son trovata sola, io mi alzavo la notte, anche alle due, le tre di notte, potevo andare in un bar qui e parlare con qualcuno, tranquilla, poi andavo a letto, stavo bene. È vero che entri nella piazza è come stare sempre in casa perché conosci tutti. C’è un rapporto, non lo so come spiegartelo, però sono molto legata ai muri, alle strade, ai sassi, alla campagna, perché son cresciuta qua e insomma mi trovo bene.
Ho ancora amici di quando ero piccola, sì, come no, certo degli amici sono andati via. Poi ho cantato per tanti anni in una compagnia di canto per cui anche lì si sono formate le amicizie intorno ai 15 anni che restano.
Come ti ho detto, lavorando sempre, sono loro che vengono a trovarmi qua. Ecco perché questo sembra più un salotto che non un ristorante.
Mi piaceva molto fare un tipo di salotto, anche letterario, dove si può leggere un libro, ascoltare una buona musica e parlare. Anche, qui ogni tanto organizziamo conferenze…musica qui, sì, sì, qui sempre tutta l’estate suoniamo. Le mie figlie si occupano di musica, hanno un’associazione, allora portano gente, vari tipi di musica. D’estate abbiamo questa loggia, qua fuori, quindi si sta bene, una vita molto tranquilla…
Questo paese ha un senso di cultura, qua c’è la Libera Università dell’Autobiografia, la biblioteca, arrivano sempre orchestre, qua c’è una corale importante di musica sinfonica, la scuola di musica, la filarmonica. È cambiato molto, da quando sono arrivata qui, molto più aperto. Io, questo lo devo dire, anche grazie all’amministrazione di mio padre. Anche Beppe, per esempio, Beppe Dini, lui ha fatto tanto per questo paese. Perché lui, prima di tutto, lui è un uomo che parlava inglese quando qui nemmeno parlavano l’italiano, e poi ha portato tanta gente da fuori, canadesi, australiani… questo è importantissimo. Quando io sono arrivata qua, non esisteva uno straniero, adesso ha un senso di mondo, capito? Qua sono passati grandi personaggi della cultura italiana, della cultura mondiale.
Nel 1977 quando il mio babbo era sindaco, fa un incontro con un grosso giornalista della rivista ”L’Europeo” che viene qua a trovare un altro amico giornalista che aveva una casa a Monterchi, si innamora e mi chiede a me, che facevo la cameriera al Castello di Sorci, questo giornalista mi chiede: “Scusi lei lo sa chi è il sindaco di questo paese?” “ Ma io lo so perché è il mio babbo!” E fu una cosa buffa no? E allora gli presentai il mio babbo e lui disse “Ma questo è un paese meraviglioso, noi dobbiamo fare qualcosa qua, qualcosa di culturale che resti” e fondarono questo premio. E questo premio per anni ha portato gente di altissimo livello. Beppe Dini, per esempio, è stato uno che ha organizzato un concerto con i più grossi jazzisti mondiali di quel tempo e canadesi.
E da lì come buttare un seme per terra che poi cresce. Piano piano ha raccolto, si è formato persone che hanno poi continuato questa strada attorno a questo, sono cresciute tante attività. Anghiari, per esempio, è pieno di associazioni che fanno tante cose da un punto di vista più prettamente culturale. E Calli, lo conosce Piero Calli? Lui è presidente della Pro Loco. Anche questa è un’associazione importante che organizza tutte le cose nel paese, le varie manifestazioni, e la gente qua partecipa molto, tutti i cittadini danno il suo contributo. Ecco io devo dire che in questo, qua si sta bene, c’è un… come ti posso dire, un senso di appartenenza, se appartenere… C’è questo senso di appartenenza.
Un’atmosfera che proprio sì di famiglia, no? E questo è bello. Per esempio, se tu vai anche nel centro storico, nelle strade strette, ognuno pulisce come se fosse casa, tu puoi veder per terra, non c’è niente. Tutti d’estate mettono i fiori, c’è una cura anche delle strade che sono di tutti, una cura come se fosse suo capito? Ognuno di noi, io vedo mia mamma, lì fuori che mette tutti i fiori, questo è importante, questo è, secondo me, il senso di appartenenza a questa comunità.
C’è un problema, certo per i giovani. C’è un problema per la crisi, la situazione economica è peggiorata, negli anni. Qua si è chiuso molte fabbriche che producevano scarpe, camicie. Per gli artigiani che erano in città, agli inizi degli anni ‘90 comincia il declino. Qua era importantissimo, per esempio, tutto il commercio dei mobili antichi ad Anghiari negli anni ’60. E Anghiari era importantissima perché qui c’erano artigiani bravissimi nel fare mobili, qui gli artigiani facevano l’intarsio, falegnameria.
Secondo me, noi qua possiamo solo vivere con il turismo, con l’arte, la cultura e la bellezza, questo io non so se i politici capiscono questo, se gli amministratori nostri capiscono questo.
Per esempio, io penso che qua mancano tutte le infrastrutture, che mancano gli alberghi, che mancano le camere, manca, come si dice, il personale professionale. Se pensi che qua c’è i più grandi dipinti del mondo, perché qua c’è “La Resurrezione” di Piero della Francesca. Tu sai la storia di Piero della Francesca, no? a Sansepolcro quella è stata salvata nel ’45, gli inglesi la dovevano bombardare, ma un soldato, quando è arrivato qui, si è ricordato cosa aveva detto Aldous Huxley: “ il dipinto più bello del mondo”! Quando la gente viene qua, dall’America, per esempio, tutti sanno questa storia! E se si incrementasse il turismo è chiaro che riprendi anche il settore artigianale, la falegnameria, i mobili.
Mi piacciono i turisti, perché intanto sono diversi da me e quindi io posso imparare… Io ho anche le figlie un po’ straniere, quindi… Siamo tutti stranieri, siamo tutti stranieri perché siamo tutti… Siamo tutti mischiati e questo è proprio bello.
Qui la gente ha viaggiato poco, ora cominciano i giovani.
È importante vedere il mondo. E poi tornare, certo!
Io ti dico l’ho visto su di me, l’esperienza su di me. Se io non avessi viaggiato, io sono certa che non sarei così, capito? sarei una donnetta che sta qui, sì che… Però il viaggio apre la testa, conoscere altre persone apre la testa. Perché tanto… perché il mondo non si ferma ad Anghiari. Quindi è importante viaggiare, guardarsi, conoscersi, apprezzare l’altro. Essere sempre aperta verso gli altri.