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Giuseppe Dini

Ormai da molti anni Giuseppe accoglie i visitatori che si recano ad Anghiari. Anch’io infatti l’ho conosciuto la prima volta che ci sono andata nel 2003 quando, una mattina di primavera, dopo un lunghissimo viaggio dall’Australia, è venuto a prendermi alla stazione di Arezzo. Da allora ho sempre potuto contare su di lui e così, anche quando ho intrapreso questo progetto di intervistare gli abitanti di Anghiari, Giuseppe mi ha offerto aiuto e incoraggiamento. L’intervista con Giuseppe si è svolta in inglese ed è stata trascritta da Mirella Alessio che ha poi tradotto in italiano la versione editata

Anche se sono nato a circa quattro chilometri da Anghiari, in un casale che si chiama ‘la Rocchetta’, molto vicino alla villa ‘La Barbolana’, non ero mai andato ad Anghiari perché ovviamente non avevamo la macchina, niente… e così il mondo era la mia casa e quelle intorno. Non avevo idea di quanto potesse essere grande il mondo. Quando avevo nove anni la mia famiglia è dovuta andare in un’altra casa, più vicina ad Anghiari e, a quel punto con la macchina e un po’ di mobilia, abbiamo traslocato e quella è stata la prima volta che ho visto Anghiari e mi son detto: ‘Mamma mia, ma com’è grande il mondo!’

A tredici anni, finite le medie, mia mamma mi ha chiesto: ‘Giuseppe, vuoi fare il contadino come noi o qualcos’altro?’ E io le ho risposto: ‘Beh, se possibile, qualcos’altro’ perché la vita era veramente dura all’epoca. Pensa che il mio primo paio di scarpe l’ho avuto a 14 anni, quando sono andato a lavorare a Firenze. Con quattro fratelli e tre sorelle, tutti i vestiti e le scarpe me le passava quello più grande o… Comunque a tredici anni mi hanno mandato a Firenze per cercare lavoro, avevo già un fratello che viveva là e un altro stava a 20 chilometri da Firenze, una sorella era giù a Napoli e un’altra faceva la cameriera, pure lei a Firenze. Così ci sono andato anch’io, ma non era possibile vivere tutti nella stessa casa.

Ce ne siamo andati tutti da Anghiari perché era veramente duro sopravvivere solo lavorando la terra. Era duro, ma la vita era più semplice, a confronto di quella che si faceva al paese, perché in campagna potevamo coltivare il granoturco e così via, tenevamo gli animali, galline e mucche, così avevamo uova fresche e latte e bastava per sopravvivere. Ma se avevi bisogno di comprare un nuovo paio di scarpe o vestiti o qualcos’altro non c’erano soldi e così era molto, molto dura.

A Firenze … e siamo nel 1960-65… a Firenze ho trovato lavoro come facchino in un hotel in via Tornabuoni, proprio in centro e, per i primi tre mesi, non mi hanno pagato, mi davano solo da mangiare e un posto da dormire. Dopo tre mesi il proprietario mi ha chiesto: ‘Giuseppe, ti piace questo lavoro?’ E io ho detto: ‘Beh, certo, meglio che fare il contadino, molto più semplice’. ‘Ok, guarda, c’è una scuola a Firenze dove ti insegnano le lingue, come gestire un hotel, un’agenzia di viaggi. Se tu vuoi, per tre anni, puoi andare a scuola la mattina, lavorare qui all’hotel nel pomeriggio e io continuo a darti la cena e una stanza’. Io ho accettato immediatamente perché non volevo tornare a casa. L’ho fatto per tre anni, ma sfortunatamente senza paga e così, per esempio, se un cliente mi aveva dato la mancia il giorno prima, potevo permettermi di pagare la colazione, altrimenti dovevo guardare i miei amici mentre loro facevano colazione.

A sedici anni ho finito la scuola e mi hanno trovato un lavoro in Svizzera, dove avrei potuto praticare le lingue e anche con una buona paga, dato che guadagnavo il doppio di un normale lavoratore in Italia all’epoca. Sono stato là un anno come portiere di notte. Mi sono divertito molto, specialmente d’inverno, perché uscivo la mattina alle 8 e sciavo tutto il giorno, ho speso così tutti i soldi.

Poi a diciassette anni sono tornato a Firenze e ho continuato a lavorare in hotel fino a vent’anni. Poi a venti anni mi son detto: ‘Ok, adesso basta, so come si fanno le cose.’ Sono tornato al paese, alla mia Anghiari e ho trovato lavoro a Sansepolcro, in un’agenzia di viaggi che ho gestito per tre anni. Probabilmente ero l’unico nella valle a sapere cinque lingue: inglese, francese, tedesco, spagnolo e italiano.

Son tornato ad Anghiari perché sentivo… quando ero a Firenze, in Svizzera… mi sentivo spaesato, lontano dai miei posti, lontano da… e avevo sempre sognato di ritornare ad Anghiari, ai miei amici… anche se molti li avevo persi perché anche loro erano dovuti andare via e ovviamente quando son tornato solo pochi erano ancora ad Anghiari.

Per tutto il tempo che ero a Firenze ero tornato a casa solo ogni sei mesi e solo per un giorno. Il primo Natale con i miei genitori, da quando avevo tredici anni, l’ho passato quando ne avevo venti. E così volevo tornare ad Anghiari il più presto possibile.

Mi mancavano i miei genitori, mi mancavano gli amici. Mi mancava anche lo stile di vita, la vita è diversa in città, uno è sempre di corsa, non c’è mai tempo per rilassarsi, per divertirsi, per star fuori in campagna. Questo è stato il perché ho deciso di ritornare. E anche perché, quando avevo vent’anni e sono tornato ad Anghiari per un giorno, ho trovato qua una mia cara amica e avevo un sentimento speciale per lei. Beh, dopo tre anni è diventata mia moglie! Lavorava nella fabbrica di scarpe giù in fondo alla collina, ma naturalmente era un lavoro duro e dopo averla sposata, io avevo ventitré anni, l’ho convinta a smettere di lavorare, volevo che avessimo un bambino. E questa è tutta la mia storia.

Io sento un forte legame con questo posto. Penso sia l’umanità, le…le relazioni fra le persone. Ci conosciamo tutti, ci salutiamo tutti, parliamo con tutti, conosciamo i problemi di tutti, cerchiamo di aiutarci. È una piccola comunità, siamo neanche seimila qua, c’è la sensazione di essere una grande famiglia. A Firenze non conosci neanche il tuo vicino di casa.

Ad Anghiari questo senso di comunità non è cambiato. In parte perché penso che la gente della mia età ha cercato di coinvolgere i giovani nella comunità. Per esempio, cerchiamo di trovare qui un lavoro per i giovani, così possono aiutare se stessi, ma anche aiutare il paese a sopravvivere. E il turismo è importante per questo… così possiamo avere i lavori qui, così possiamo vivere qui, senza dover andar via per lavorare. Questo è importante perché io penso che la vita qui, in un certo senso, è più facile, anche se è difficile mantenere delle relazioni con tutti, perché ognuno ha i suoi problemi e tutti vogliamo aiutarci, farci forza l’uno con l’altro. Spero che non perderemo mai questo modo di vivere.

Io cerco di coinvolgere i giovani nel lavoro che faccio da ormai oltre 30 anni. È cominciato per divertimento, nel 1979 quando lavoravo nel locale ufficio di urbanistica. Il comune organizzava eventi con ospiti internazionali e ogni anno, quando c’era questo premio, venivano invitati ad Anghiari scrittori, musicisti e fotografi. Allora, nel 1979 avevano chiesto a un jazzista di Vancouver, Canada, di venire per un concerto. E dato che io ero l’unico in ufficio che sapeva l’inglese, il sindaco mi aveva chiesto di andare a prenderlo a Roma all’aeroporto, il musicista si chiamava Elmer Gill, e occuparmi di lui per i quindici giorni che stava ad Anghiari e dava concerti. Ed era così felice di scoprire questa parte del mondo… Il primo giorno l’ho presentato a tutti i mei amici e lui si è subito sentito a casa.

E così ogni anno voleva ritornare. Io e un mio amico che aveva un casale abbiamo deciso di ospitarlo per un paio di settimane in cambio di concerti e lui è ritornato ogni anno. E ogni volta mi chiedeva: ‘Giuseppe voglio comprare una casa qua, per favore trovami una casa.’ Beh, nel 1985 il comune aveva deciso di vendere una vecchia scuola di campagna. Così gli ho telefonato in Canada e gli ho detto che questa casa andava all’asta. E lui mi ha detto: ‘Giuseppe fai un’offerta perché sono interessato.’ E dato che io sono veramente un pazzo, ho effettuato il deposito e ho vinto l’asta. A quel punto l’ho chiamato e gli ho detto che doveva venire a firmare il contratto e naturalmente portare i soldi! Così è venuto, io sono andato a Roma a prenderlo e lui era con un’amica. Hanno visto la casa e gli è piaciuta moltissimo, c’erano dei lavori da fare… parte del tetto era in brutte condizioni… e io li ho fatti… tutto da solo. E poi hanno cominciato a venire per qualche settimana ogni anno, hanno anche mandato amici a stare nella casa… e così è iniziata la storia con il Canada.

Allora ho cominciato a pensare che sarebbe stata una buona idea incoraggiare i visitatori a ritornare ad Anghiari. E così ho preparato una specie di brochure con le case in vendita. E nel 1990 un’altra famiglia canadese l’ha vista e mi hanno chiesto di aiutarli a comprare una casa, che ho poi rimesso a posto, e poi anche loro hanno iniziato a mandare amici e così via. Penso di aver creato la più grande comunità canadese in Italia, e tutto grazie a Elmer Gill!

La gente dall’estero compra case qui per le vacanze, ma qualcuno ha deciso di trasferirsi permanentemente, alcuni purtroppo sono morti e hanno voluto esser seppelliti qui nel cimitero locale. Vogliono stare qua, io credo, dopo aver visto com’è amichevole la gente… perché penso che i toscani in generale, ma specialmente quelli che stanno in campagna…che abbiamo qualcosa dentro di noi… da offrire un benvenuto alla gente.

Comunque penso che questo sia il tipo di turismo che può veramente aiutare l’economia, perché ristrutturare case e appartamenti significa lavoro. Adesso ci sono 60-70 persone che vengono regolarmente ad Anghiari grazie a me e vanno al ristorante, comprano da mangiare, scarpe, vestiti.

La comunità è molto felice perché molte case di campagna abbandonate e in rovina, sono state ristrutturate. Quando la gente del posto vede qualcuno che si prende cura di una casa che loro conoscono bene ed era andata in rovina, questo li fa felici, perché non si è perso questo piccolo tesoro. Penso che alla gente piaccia mantenere i ricordi di tutte queste case, perché, specialmente in campagna, molti anni fa, beh, non così tanti anni fa, parlo di venti-trent’anni fa, la gente si divertiva facendo feste in casa. Una famiglia dopo l’altra faceva una festa, tutti si riunivano, magari con una fisarmonica, si ballava, si giocava a carte o semplicemente si parlava della vita. Era quasi un incontro religioso, qualcosa che riuniva tutti e li faceva felici.

Adesso stanno cominciando a venire qua anche da altre parti d’Italia, dalle grandi città, Roma, Milano, perché preferiscono la vita qua a quella in una grande città. Sono pensionati, ma soprattutto professionisti di mezza età che lavorano da qua, specialmente adesso con l’internet. Ho creato una comunità di circa dodici famiglie da Milano e Novara, vivono in un piccolo borgo che ho ristrutturato, era completamente abbandonato, circa 12-13 case, sono proprio orgoglioso di esser riuscito a ristrutturarle. Anche se non abitano qua tutto l’anno perché lavorano ancora a Milano, vengono per le vacanze estive, Natale, diciamo per 12-14 settimane l’anno.

Gli anghiaresi sono molto contenti di mostrare la loro città ai visitatori, sono fieri di dove vivono. La valle Tiberina è famosa da secoli…e non dimenticarti che noi viviamo in un paese d’arte. Questo posto rende creativi… e molti artisti vengono qui, dipingono molto… e noi organizziamo mostre d’arte nelle sale del comune. E c’è anche una grande tradizione musicale, una scuola di musica e la banda locale, sono molto bravi. E ogni anno a luglio viene la Southbank Sinfonia per 10-15 giorni, danno concerti nella piazza principale e nelle piazzette, nelle chiese.

Penso che forse il 90% dei giovani che sono andati via, adesso stanno ritornando. Per esempio, devono andare all’università a Firenze, Milano, Bologna e così via, ma hanno le loro radici qui e ritornano perché ci sono i genitori, ritornano perché c’è la casa, ma più di tutto ritornano perché la vita in questa parte del mondo, penso, è ancora… questa cosa di conoscersi tutti…

E se, come dappertutto, c’è qualcuno che prende una brutta strada, cerchiamo di aiutare… sto parlando di droga, non siamo immuni. Per esempio, specie d’estate, nella parte vecchia di Anghiari, di notte, ci sono ragazzini di 10-12 anni, sono fuori casa ed è mezzanotte e noi non pensiamo sia giusto. E così proviamo prima a parlare con loro e anche con i genitori, altrimenti li perdiamo questi giovani, e non va bene perché c’è qualcuno che ci guadagna dalla droga, e così via. Ecco perché li teniamo d’occhio. I genitori sono occupati con il lavoro, lavorano a Sansepolcro, Arezzo, anche a Firenze e partono alle 5 del mattino, tornano alle 8 di sera e non passano molto tempo con i figli. Non è come molti anni fa quando la maggioranza erano contadini, si viveva insieme, si lavorava la campagna tutto il giorno.

Guarda, ci sono molti giovani che mettono su un’attività qui, aprono un nuovo ristorantino o un nuovo negozio. Io ho un’unica figlia e ha una gioielleria, fa gioielli, li disegna e li realizza. Ha insegnato in una scuola d’arte per sei anni e adesso lavora anche per una ditta locale, fa oggetti in argento, ma anche in oro. Anche lei è dovuta andare via, per sei anni a Vicenza, perché non c’era lavoro qui, ma poi ha deciso di ritornare perché le piace troppo questo posto.

Adesso molti giovani parlano le lingue, specie l’inglese, perché le imparano a scuola, ma anche perché vogliono tenersi in contatto con gli stranieri. Moltissimi giovani, molti che io neppure conosco, perché ho 67 anni, conoscono i miei amici, i miei ospiti. Li vedo in piazza, davanti al bar, specialmente d’estate…i giovani anghiaresi parlano con i miei ospiti, seduti ai tavolini, mentre prendono un caffè, parlano con loro. Penso che sia sempre una bella esperienza conoscere gente di altri posti, imparare dalle loro esperienze, aiuta il tuo cervello a diventare più cosmopolita.

Il cosmopolitismo e il senso di appartenenza a una comunità molto unita vanno di pari passo. Quando gli stranieri vengono ad Anghiari ci parlano delle loro culture e noi li accettiamo. Per esempio, adesso noi abbiamo alcuni immigrati dal Nord Africa, dall’Europa dell’Est, qualche musulmano, e noi accettiamo tutte queste culture.. e loro accettano la nostra cultura. Noi non imponiamo niente a loro e loro non ci impongo niente e io penso che questo sia un buon modo di vivere insieme.

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