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Andrea Merendelli

Ho intervistato Andrea, direttore del teatro di Anghiari, nel suo ufficio con un continuo viavai di persone.

Sono nato nel 1965 ad Anghiari e ho vissuto qui fino a diciannove anni. Da lì in poi è cominciato il mio girovagare per il mondo: sono un vagabondo del teatro, un rover, rover. E ho studiato a Firenze, storia dello spettacolo, storia del teatro italiano, performing arts in genere. Ho praticato musica, teatro, cinema fin da giovane… sono vissuto a Firenze per circa dieci anni, poi mi sono trasferito un po’ in Francia, a Marsiglia, Marseille, prima per questioni private di famiglia e poi per lavoro e poi un po’ in Africa. E poi sono tornato a vivere qua, perché…

Nel 1995-96 questo teatro era senza attività e mi dissero: ‘Vuoi fare il direttore di un teatro senza soldi?’ ‘OK! It’s me! Sono io! Perfetto!’ Così sono tornato per lavorare in questo teatro e costruire una piccola utopia di una società teatrale che in parte è riuscita e in parte no. Ritornare ad Anghiari, è stato un tormento e una meraviglia…sensazioni contrastanti perché ho dedicato a questo paese…

Il rapporto con questa comunità è nato attraverso una serie di operazioni culturali di identità del luogo, prima fra queste

Tovaglia a quadri che da ventidue anni racconta durante una cena-spettacolo dove gli abitanti dalle finestre, dalle case, dalle porte raccontano una storia, mentre il pubblico sta a tavola, sta cenando. Quindi questo è stato, diciamo, il principale prodotto. E poi abbiamo cominciato a ospitare spettacoli teatrali, spettacoli di danza, film, perché sono stati scritti molti film dentro il nostro teatro, è diventato un luogo di creazione e di sviluppo di progetti creativi. Abbiamo lavorato per tre anni ai teatri dello sport portando campioni internazionali dello sport, artisti, musicisti…

 Abbiamo dato vita a questo spazio, con alcuni problemi di identità, perché io sono originario di questo posto, quindi conosco bene quanto è difficile. Non so se conosci il proverbio latino ‘Nemo propheta in patria’. E questo era la nostra…. Però abbiamo cercato di costruire uno spazio dove ci fosse una forma di rispetto per la storia del paese e, nello stesso tempo, di professionismo.

 Possiamo dire che il nostro gruppo è stato il primo esperimento di professionismo teatrale in uno spazio come Anghiari che aveva già tanti teatri, piccoli teatri di appartamento, aveva cinque teatri Anghiari, tra il 1562 e il 1800, uno… poi ti faccio vedere la foto…. Sì, è una storia incredibile, ed io ho scritto un libro insieme ad altri autori, pubblicato per l’Università di Firenze.  E questa storia teatrale è una storia che gli stessi abitanti conoscevano poco, perché di quelle sale che erano così importanti, nessuno se ne curava più. Il teatro era diventato un cinema.

Ecco che quindi far tornar il teatro dentro una comunità è stata una big challenge, perché è stata la più grande sfida che abbiamo affrontato. Era molto complicato far capire alla popolazione… e allora abbiamo usato il racconto popolare, una forma particolare di storytelling attraverso la musica popolare toscana, l’ottava rima.

Con Tovaglia a quadri la gente di Anghiari va alle cose dove si riconosce, a quelle che fanno gli altri un po’ meno. Le nuove generazioni sono interessate anche a vedere cose diverse. Le vecchie generazioni, io dico dai sessant’anni in su, hanno meno curiosità verso il Teatro contemporaneo, verso le forme di cultura che non siano codificate da secoli di storia per cui tutto quello che è fortemente folk.

 Ed è strano, perché un po’ difficile da capire, perché Anghiari è stata per anni una roccaforte, dopo la Seconda guerra mondiale, della sinistra, del partito comunista e si può immaginare una forza fortemente innovativa. In realtà ci sono state delle spinte conservative molto forti. C’è stato un sindaco negli anni ’80 che era il nonno di Armida, la ragazza che hai visto qui prima, Franco Talozzi…. tu l’hai intervistato? Lui ha fatto uno sforzo enorme per far sviluppar la cultura e il turismo per questo paese.

Ha fatto uno sforzo, ha speso dei soldi, ha reso possibile la ristrutturazione del teatro.

Per settant’anni, questo è stato un paese della sinistra, ma non ora, adesso no, adesso c’è un nuovo governo che è un governo di centro-destra. Ma non è una questione però politica questa, I am not talking about politics, perché è una questione di…. identità, di appartenenza. Ci sono storie di grandi amicizie fra gente di colori diversi.

Quando tu parli di generazioni lo devi leggere nel contesto del territorio… l’intergenerazionalità sta in piedi e si tiene insieme, finché non arriva il momento dell’entertainment, del divertimento. In quel momento lì, pum, si staccano, perché i ragazzi vanno a cercare intrattenimento nella città più grande e non nel nucleo di appartenenza. Questo significa che in realtà quello che tu vedi …se tu vai in un Irish pub a Cork o a Dublino tu trovi tutte le generazioni no? Da eighteen a eighty. Sì, nel bar qui succede la stessa cosa, ma non è considerato ‘divertimento’, il bar è una sorta di anticamera, come dire, è una neutral room. Da lì, da quella stanza di decompressione, la zona di entertainment è altrove.

Anghiari, credo, è un posto aperto. Anche se il razzismo in Italia sta diventando una malattia genetica quasi, episodi di razzismo o violenza legati al razzismo, non ne conosco io qui ad Anghiari. Ci sono piccole comunità, kosovari, rumeni, come in tutti i piccoli paesi d’Italia, però ha un senso di, come dire, di rispetto per le persone che lavorano… chi lavora è molto rispettato, anche se di un’altra etnia.

Torniamo al teatro. Ora stiamo per cominciare la ventiduesima stagione, quest’anno. Abbiamo molte difficoltà economiche anche con l’aiuto della regione Toscana, su progetti specifici come quello della danza contemporanea, noi siamo ‘Anghiari dance hub’, è un progetto di danza contemporanea, riconosciuto in tutta Italia, piuttosto famoso. Il teatro è uno spazio dove noi riusciamo a fare cose anche senza soldi, più per passione che per altro, e far entrare però dei progetti che portano anche piccole economie. Piccoli progetti, diciamo, sono cifre ridicole rispetto al mainstream. Fa ridere pensare che un teatro così possa essere mandato avanti con pochi soldi. Come dire, questo è il puro stile socialista, ecco.

Non so se è per sempre, ma noi sì, noi abitiamo qua, abbiamo anche molti progetti europei. Per esempio, noi abbiamo adesso un progetto che si chiama ‘The Backstage’. È un progetto sulla… una sorta di skills bank per giovani, young technicians under 30. Riusciamo a fare progetti che ci mettono in contatto con varie esperienze di altri paesi d’Europa, dell’Est Europa, il nostro lavoro principalmente si sviluppa su tutte le forme di storytelling, di narrazione. Recentemente abbiamo vinto il Bando Migrarti del Ministero della Cultura, lavorando con le storie di oltre 100 migranti molti dei quali 2G (2nd Generation). E anche adesso siamo coinvolti in tre-quattro progetti sempre relativi all’idea molto larga di storytelling. Siamo sempre in cerca di connessioni, è un corpo liquido la nostra avventura, cerchiamo sempre dei canali nuovi.

Noi collaboriamo anche con la Libera Università dell'Autobiografia ad Anghiari e con l’Archivio dei diari di Pieve di Santo Stefano. L’archivio nasce ne1984 e quello è un atto fondamentale… è molto forte in Italia questa cosa. È l’unica valle, si chiama ‘la valle della memoria’ per questo motivo la Valtiberina, dove questi due argomenti sono molto forti e noi cerchiamo di tenerli aperti a tutte le esperienze. Nasce questa cosa e nascono parallelamente delle attività, di training e di formazione, di studio, di ricerca con delle buone basi scientifiche, uso un termine un po’tecnico, codifica delle capacità, delle caratteristiche narrative già presenti. Faccio un esempio: mia nonna era una storyteller, yes, my grandma, she was a storyteller. So, I am in the family line of this tradition of storytellers, I am a new form of storyteller.

In tutte le nostre attività noi abbiamo professionisti che lavorano

insieme alle varie comunità. Non puoi dividere le due cose. Non so se hai presente il lavoro di Pasolini… Adesso noi lavoriamo con un gruppo di 17-18 anni, 19. Abbiamo lavorato con anziani, abbiamo lavorato con prisoners, con tante tipologie di personaggi. Lavoro con i non attori, non professional actors, ma l’impianto e la struttura è professionale.

Noi abbiam progetti sull’emigrazione. Per esempio, in Argentina, quel progetto lì è nato con quel regista che vedi là dietro, Fernando Pino Solanas, regista argentino, che ha fatto dei film molto belli, molto importanti. Quel regista è stato uno dei docenti di questo progetto sulla ricerca delle memorie. Abbiamo raccolto informazioni, notizie e abbiamo riattaccato dei pezzi che si erano staccati, anche in maniera dolorosa, della memoria tra questi due mondi, la Toscana e l’Argentina. E quando è nato questo progetto si sono rimessi in contatto dei mondi, dei ricordi che non erano più attaccati insieme.

Qua c’è la storia di una famiglia, quattro fratelli, babbo, mamma, in sei emigrano in Argentina. La quinta figlia rimane qua perché si è innamorata di uno che non vuol partire, e tutta la famiglia va laggiù, lei rimane qua, si sposa, non vede più il babbo e la mamma, muoiono là e lei non li rivede più.

Ma queste sono storie… ne sono successe tantissime. Andare in Argentina ci volevano venti giorni di nave, venti giorni. C’è una signora, per esempio, di 84 anni che ora è morta, quando l’ho intervistata io aveva 84 anni, non parlava una parola di castigliano, che è lo spagnolo argentino, parlava solo toscano e usava parole che erano scomparse in Italia. Perché lei è partita con un grande dispiacere, non è mai voluta tornare in Italia, mai. Mai vuol dire mai, lei ha costruito un altro mondo lì… ma queste sono storie…

Tutti i progetti sull’emigrazione portano con sé un carico di tristezza, di dolore. Per esempio, c’è un’anghiarese che non parla più una parola di italiano, che io ho solo conosciuto via mail, che vive nel centro, nel cuore deserto dell’Australia. Lei ha lasciato Anghiari ed è rimasta giù per sempre. Abbiamo parlato della sua famiglia lo scorso anno in Tovaglia a quadri, abbiamo raccontato la storia dell’emigrazione della sua famiglia in Australia… e oggi ci sono tanti giovani vanno in Australia per lavoro o per… non si sa per quale motivo, con la speranza di trovare qualcosa…the land of milk and honey.

La mia è una famiglia di emigranti. Il mio babbo non è andato in Argentina per un puro caso, perché il suo migliore amico emigrò negli anni ’50, mio zio ha lavorato nelle miniere del Belgio, in Francia, ho un altro zio che è stato a Manchester, in Inghilterra per tanti anni. Sì, tutti ritornati, loro non sarebbero potuti vivere lontano da qua.

Ho solo una madre, anche se in questo momento non sta molto bene, mio padre è morto parecchi anni fa, ho una sorella che abita qua a Sansepolcro, dei nipoti, e degli zii, cugini tutti a Firenze, parte della mia famiglia è a Firenze, toscani da sempre.

Io ho una figlia, sedici anni. Vive qua e studia al liceo a Sansepolcro, lingue, inglese, francese e tedesco. Per i figli si vorrebbe sempre il meglio, però non lo so quale sarà il meglio per lei, forse andare a studiare all’estero, forse andare a studiare fuori dall’Italia, non so se augurarmi…. Of course spero, però non so se augurarglielo, spero di sì, di rimanere o no, questo non lo so.

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Ho intervistato Andrea, direttore del teatro di Anghiari, nel suo ufficio con un continuo viavai di persone.

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Andrea Merendelli

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