Catia Buzzichini


Catia insegna religione nella scuola elementare di Anghiari. Al momento dell’intervista si stava riprendendo da una frattura al piede ed è arrivata all’incontro all’ACS (Anghiari centro studi) camminando con le stampelle aiutata dal marito Paolo a salire le scale. È stata molto gentile e sono molto grata ad entrambi per aver generosamente trovato il tempo di condividere le loro storie con me.
L’intervista si è svolta in italiano ed è stata trascritta e tradotta in inglese da Mirella Alessio. Questa è una versione editata.
Sono nata il 20 marzo del 1971 ad Anghiari, quassù avevamo ancora l’ospedale, sono una delle ultime nate, un’anghiarese Doc. I miei genitori, adesso sono in cielo, sono stati una famiglia di mezzadri, poi passati a proprietari dell’azienda che lavoravano a Torchiale, vicino al campo sportivo, verso Tavernelle, dove abito con Paolo e nostro figlio Pietro.
Dopo la morte dei miei genitori ho iniziato a fare delle aiuole. Abitiamo in campagna in una vecchia casa contadina con una grande aia. Fin da piccola sono cresciuta tra animali da cortile, ortaggi e tanti fiori perché mia mamma li amava profondamente. Nell’aia ho realizzato ben sei aiuole con fiori, piante, erbe aromatiche e lavanda. C'è stato tanto lavoro anche perché la terra era piena di erbacce e sassi. Mettere le mani nella terra, prendersene cura, vedere crescere quello che pianti è per me motivo di gioia e presenza di Dio che continua nel suo processo gratuito e generoso di creazione. Mi sento parte di tutto questo.
Con Paolo ci siamo conosciuti la bellezza di 35 anni fa, a Sansepolcro, in un gruppo di amici. Ci siamo sposati nel 2000 e siamo sempre rimasti nello stesso paese e nella stessa casa lasciataci dai miei.
Le elementari le ho fatte qui, in via Bozzia, le medie alla Leonardo da Vinci, poi ho frequentato la scuola magistrale a Città di Castello perché mi sono sempre piaciuti i bambini, avevo ben chiara l’idea che volevo entrare nel loro mondo. Dopo i tre anni, ne ho fatti altri due per prendere il diploma di Istituto Magistrale per insegnare nella suola primaria, a cui ho aggiunto un anno di liceo classico per potermi iscrivere all’Istituto di Scienze Religiose ad Arezzo.
Là ho scoperto un mondo nuovo, legato agli studi teologici, allo studio e all’approfondimento della Bibbia, perché continuava l’idea di entrare comunque nel mondo della scuola. Mentre continuavo a frequentare, ho avuto la possibilità di fare delle ore di insegnamento; il primo incarico a Chiusi della Verna e a Corezzo, a mezz’ora di distanza nella valle Santa, la valle di san Francesco… lì sono rimasta per sette anni. La mia prima esperienza a Corezzo… mi sono trovata con poca esperienza pratica a lavorare nelle pluriclassi, prima e terza accorpate e poi quarta e quinta. C’erano bambini stranieri, prevalentemente tedeschi, e di diverse religioni, Hare Krishna, culture completamente diverse, mi si è aperto un mondo. Ho trovato delle colleghe eccezionali che ricordo ancora, quasi venticinque anni dopo, speciali sia a livello umano sia di didattica, mi hanno insegnato tanto, ho imparato, ‘ho rubato con gli occhi’ come diceva la mia mamma. Poi piano piano ho avuto altre ore, sono andata a Bibbiena, ho fatto tutto il Casentino, poi sono scesa ad Arezzo, abitavo sempre ad Anghiari.
Mi ricordo come adesso: venti anni fa, ero in vacanza con Paolo e Pietro, su una salita, a un certo punto suona il cellulare. La segretaria della Diocesi mi chiama ‘C’è un posto ad Anghiari come insegnante di religione, che fai, accetti?’ Silenzio… perché stavo tanto bene fuori di Anghiari, mi sentivo più libera mentalmente. Nel 2006-2007 c’è stato il concorso, l’ho superato e quindi sono entrata di ruolo in via Bozzia.
Sono venuta qui anche se stavo bene dove ero prima, nell’Alto Casentino. È stata quasi una scelta forzata perché i miei genitori stavano invecchiando, poi ho avuto Pietro e quindi tutti i giorni fare due-tre ore di viaggio era una cosa molto impegnativa. Quindi all’inizio non è stata una scelta completamente dettata dal cuore, è stata più un pensiero alla famiglia per stare dietro a Pietro di più.
Quando uno lavora fuori sei l’insegnante di religione, Catia Buzzichini, quando si lavora nel paese dove si vive, sei l’amica, la conoscente e quindi fuori dal contesto scuola è necessario mettere dei paletti. Ho nove classi, tantissimi bambini, quando faccio i colloqui ci sono tantissimi genitori, devo aver la libertà di dire: ‘adesso non siamo a scuola’. A fine settimana cerco di ritirarmi dove abito, ho bisogno di svuotare la mente.
Ho avuto passione da sempre per l’insegnamento con i bambini, in particolare dai sei agli undici anni, credo sia nel mio DNA. I bambini ti accolgono, non hanno filtri, sono completamente liberi nel bene e nel male, noi nascondiamo molto, i bambini dicono o è bianco o è nero… e poi mi diverto un mondo. Mi sento come una bambina quando sono in mezzo a loro, mi sento capita, imparo tutti i giorni da loro, non indossano una maschera, ti insegnano l’essenziale. Il nostro lavoro è un dare e un ricevere continuamente, non sei tu che dai e basta. Io ho dei bambini speciali, tuttora, nonostante sono trent’anni, mi commuovo, magari non parlano, ma parlano anche stando zitti… e anche le famiglie che riescono a lottare tutti i giorni, con una dignità disarmante… È una relazione reciproca.
L’insegnante, il lavoro suo è molto vicino a quello del contadino: c’è il sole che per noi è il bene, la passione che ti muove, pioggia, tempesta. Mi piace tantissimo fare l’orto - i bambini sono come tantissime piantine, l’una diversa dall’altra, tutte diverse. Il bambino in sé è già un uomo, una donna… si deve soltanto prendere la zappa, togliere le erbacce, innaffiare… la pianta deve portare il suo frutto. Non è la nostra vocazione riempire le teste, ma far uscire dalle teste, far realizzare appieno i talenti che ognuno di noi ha, che vanno dal lavorare bene con le mani, chi è capace a scrivere, a essere più generosi, affettuosi. Veramente, è un giardino.
Talvolta vorrei vedere il frutto immediatamente, alle volte non c’è, ma c’è la speranza… a volte si riesce a vedere magari dopo dieci, quindici anni. Dobbiamo avere la capacità di lasciare andare, un po’ come la mamma, non è facile. Non si può controllare tutto, solo la nostra parte, cercando di farla al meglio. Dobbiamo incoraggiare i bambini a usare la testa, lo spirito critico, di avere un’idea… adesso, penso come non mai, c’è bisogno che le persone tornino a riflettere, a conoscere, non fare le masse di pecore.
Che io abbia fede, è faticoso dirlo, perché è una questione importante nella vita, come guardarsi nello specchio, vedi rughe, qualche imperfezione quindi avere fede è tanta roba, io sono in cerca. È chiaro che non potrei insegnare religione se non l’avessi. Religione a scuola non è catechismo, assolutamente, è conoscenza della religione cattolica, ma è anche dialogo con le altre religioni, dobbiamo tentare di costruire fino da quell’età lì ponti di pace, conoscere le differenze, ma puntare su quello che ci accomuna. Non si può snaturare la religione, islam è islam, l’ebraismo è l’ebraismo, il cristianesimo è il cristianesimo, ma puntare a lavorare sull’aiuto ai poveri, ad avere sempre più un pensiero di pace, evitare conflitti, ci sono tematiche che sono di tutte le religioni.
Io rilevo in questi ultimi anni che sempre più bambini non conoscono dio, Gesù, Allah, questo fa capire anche che il patrimonio dei nonni… è difficile adesso insegnare religione perché non c’è più una religiosità legata alla tradizione, alla cultura proprio del paese. La festa del tre maggio, la festa della Croce, sì ci sono bambini che la conoscono perché vanno al catechismo, frequentano già la parrocchia, ma gli altri no. Questo Natale solo uno su trenta bambini sapeva la connessione con Gesù, gli altri pensavano solo a Babbo Natale. È stato proprio un cambiamento veloce, immediato.
Anche quando lavoravo lontano Anghiari mi ha sempre affascinato l’aspetto sociale di questo paese, tante persone di buona volontà che si mettono al servizio degli altri gratis. Ho fatto parte dei volontari della Misericordia per dieci anni, poi sono rimasta incinta, ho dovuto smettere. Nella parrocchia ho fatto catechismo, facevo parte della catechesi per venti anni, poi le cose sono cambiate, la mamma ha avuto un ictus serio, aveva bisogno di essere assistita, il mio babbo è rimasto solo, il tempo che avevo fuori dal lavoro era importante dedicarlo a lui.
La scuola è un aspetto della società anghiarese fondamentale. Adesso c’è questa spada di Damocle sulla testa… le nascite sono sempre meno, lo Stato tende ad accorpare. Ce la stiamo mettendo tutta, facciamo un sacco di progetti, collaboriamo con il territorio, con il Museo della Battaglia, la Misericordia, la parrocchia, i donatori di sangue, la biblioteca, ci dà una mano la banca con i finanziamenti. Stiamo partecipando al progetto ‘Borgo della cultura’, facciamo spettacoli storici con i bambini, le classi terze sono state in tutto il paese con uno spettacolo che come argomento aveva le associazioni di volontariato, l’anno scorso abbiamo fatto un lavoro sulle porte di Anghiari. Poi abbiamo fatto anche ‘Guida turistica per un giorno’, i bambini portavano in giro i genitori e anche i turisti, spiegando come la storia vive ancora. Abbiamo fatto una recita su san Francesco da brivido, i bambini sono eccezionali, ti ammazzano per fare le prove, ma quando sono lì, sul momento, restituiscono tutto.
Ritornando alla parola ‘servizio’, una parola così importante, legata a passioni, pazienza. Sicuramente fa parte delle parole chiave di chi lavora con e per gli altri.
Vorrei ringraziare Mirella per una collaborazione molto congeniale.
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Catia Buzzichini