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Elida Anna Bianchi

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Quest’anno ho condotto le mie interviste al Palazzo Fontana, la sede di Anghiari Centro Studi. Ecco la descrizione di ACS di Renato Li Vigni:


ANGHIARI CENTRO STUDI

Tra cielo e terre di Toscana APS


Con una visione della cultura come locomotiva di sviluppo dei piccoli borghi dell’Appennino, valorizziamo il patrimonio del territorio per un futuro migliore delle prossime generazioni, incrementando la cultura dei cammini e del turismo di prossimità: diffondiamo strumenti quali la video narrazione e la cultura cinematografica. ANGHIARI CENTRO STUDI Tra cielo e terre di Toscana APS, nata nel 2017, è un’Associazione di promozione sociale e culturale, apartitica, no profit, iscritta al registro del Terzo Settore.


COSA FACCIAMO


– VIDEONARRAZIONE E CULTURA CINEMATOGRAFICA: Laboratorio permanente di video narrazione, corsi, rassegne e incontri per diffondere la cultura cinematografica.


– IL TERRITORIO DELL’APPENNINO ARETINO-EMILIANO-ROMAGNOLO: Laboratorio permanente di scienze del territorio a cura del Professor Carlo Citter, Topografia Medievale / UniSI, ricerca e valorizzazione dell’area archeologica di Sestino Romana, studio della rete dei cammini e delle vie della transumanza (Comuni di Sarsina, Verrucchio, Badia Tedalda, Sestino, Anghiari, Monterchi, Sansepolcro).


– I FONDI LIBRARI: nella nostra sede di Palazzo Fontana ad Anghiari, ospitiamo, conserviamo e valorizziamo due importanti fondi librari: Maurizio De Benedictis, storia e critica del cinema e Giovanni Caselli, scienze storiche del territorio, antropologia e archeologia del paesaggio, con annesso vasto patrimonio documentale: riutilizziamo e valorizziamo gli edifici storici in cui hanno sede le nostre attività.

Circa un anno fa Elida ha chiuso la sua merceria, ‘Gaby 50’, situata appena fuori una delle porte del centro medievale. L’ho incontrata nel 2024 quando, su suggerimento della mia vicina Fiammetta, sono andata a comprare delle ‘farfalle’ per coprire dei buchi su un mio maglione. Già da lontano, mentre mi avvicinavo al negozio, ho visto Elida seduta fuori su una panca che mi sorrideva come se mi stesse aspettando. Ho pensato che Fiammetta le avesse detto che sarei andata, ma no! Quando le ho fatto vedere i buchi dicendo con tono interrogativo ‘farfalle’, sapeva esattamente cosa volessi!

Ho intervistato Elida nell’ACS (Anghiari centro studi), dove, mi ha poi spiegato, aveva abitato Don Nilo, una figura molto ammirata nella storia di Anghiari. L’intervista che si è svolta in italiano è stata poi trascritta e tradotta in inglese da Mirella Alessio. Questa è una versione editata.

Io sono nata a Eva Peron in Argentina il 12 marzo 1953. La mia famiglia è sempre stata una famiglia di migranti, la mia bisnonna paterna, Elvira, era già nata a Buenos Aires nel 1902. Però la famiglia è proprio anghiarese anghiarese, ma il babbo della mia nonna partì perché a quell’epoca la miseria…. Perché sono nata in Argentina? Mia mamma aveva una zia che aveva sposato sempre uno di Anghiari, ma che erano partiti per l’Argentina nel 1910. Venivano su, ritornavano… erano una famiglia che stava bene: ‘Vuoi venire in Argentina Gabriella con tuo marito?… il lavoro…’. I miei facevano gli ambulanti di merceria, avevano il banco, però nel dopoguerra la vita era molto misera. Così partirono, stavano benissimo! Negli anni ’50, per esempio, trovarono il frigorifero, cosa che qui nel paese non c’era, molti non avevano l’acqua in casa. Stavano molto bene, mia mamma stava in casa con la zia, mio babbo lavorava, faceva l’idraulico con lo zio che aveva tutti questi appalti per metter su acqua, termosifoni.

Nel settembre ’54 mio babbo decise dalla mattina alla sera di tornare in Italia. E fu la sua, la nostra fortuna perché, quando arrivarono a Casablanca, cadde il governo Peron e quindi il pesos non valeva più niente, ma mio babbo aveva cambiato prima i pesos in lire. Nel frattempo, i miei nonni avevano messo su il negozietto che la mia mamma aumentò, cambiò la veste. La casa sopra non era nostra, in quell’epoca abitavamo a Villa Fiesolina.

Ho fatto la scuola qui e poi sono andata al liceo scientifico a San Sepolcro, un bell’istituto, concreto, materie umanistiche, matematica, fisica… esiste ancora, il Liceo scientifico Piero della Francesca. Dopo quello sono andata all’università a Firenze, mi sono iscritta a Biologia, una materia che mi piaceva tantissimo, ma ho lasciato quando avevo solo 3 esami più la tesi. Ho scelto di aiutare i miei, per scelta, i miei non mi hanno mai detto: ‘fai questo, fai quest’altro’.

Mi sono sposata nel 1976, quest’anno faccio 50 anni di matrimonio. Abbiamo due figli Elena e Federico. Federico è sposato e in questo momento abita a Figline perché deve sistemare la sua casa ad Anghiari. Lavora nella ditta Forval con suo zio – fanno catene d’argento, d’oro. Elena abita ad Anghiari, ha fatto l’Accademia linguistica e quindi è nell’ufficio estero della Tratos Cavi, la ditta fa cavi, fibre ottiche in tutto il mondo.

Il mio legame con Anghiari nasce da quando siamo piccini, perché si gioca per le strade con gli amici. All’università stavo a Firenze durante la settimana però tornavo in speciali occasioni, come quando fu organizzato il Carnevale, Don Nilo ci chiamò, il Carnevale è nato in chiesa… eravamo giovani, a quell’epoca frequentavamo l’Oratorio da poco inaugurato, sarà stato nel ’66, c’era una sala cinematografica – Don Vittorio aveva preso questa macchina.

Per il paese è sempre stata molto importante la Chiesa, e grazie soprattutto a Don Nilo. Era un visionario, aveva una visione lunga dei giovani, ma ha centrato anche l’economia del paese. Ho un esempio personale: negli anni ’60 – ’70 non c’era la miseria perché con i campi si mangia, si fa baratto, si fa economia circolare. Ma lui incoraggiò i miei fratelli a mettere su una piccola fabbrichetta orafa… ‘cosi i giovani si fermano, non vanno fuori a cercare’.

Sento profondamente il mio legame per il paese perché la mia mamma, il mio babbo, tutti, mio nonno, si sono sempre calati nelle necessità degli altri. Quando c’era qualcosa da fare, bisognava fare, vai vai, fai, fai. Il mio volontariato è nato fin da giovanissima. Ho cominciato nel 1967, ci fu una fiera di armi antiche, avevo quattordici anni, mi hanno chiamata a fare la cassiera. Da allora dove mi han chiamata ho sempre detto di sì… forse una predisposizione e poi con il tempo è diventata diciamo una vocazione.

Il volontariato per la gente qui è importante, tantissimo. Hai visto quante associazioni ci sono nel paese? È una passione innata. Mio marito l’ho incontrato su un campo di calcio perché lui giocava e poi da lì è partita la passione per la Baldaccio Bruni, che era una piccola squadra, poi abbiamo cercato di inserire un po’ i giovani, fare il settore giovanile che è ancora attivo, sono 44 anni anche grazie all’aiuto degli altri, perché se tu non hai l’aiuto degli altri non fai niente, anzi è più riconosciuto il lavoro che un’offerta di soldi.

La specialità di Anghiari è l’amicizia, la bellezza, l’appartenenza: all’associazione sportiva, alla devozione per la Madonna di Loreto. Ancora oggi alzo gli occhi, vedo qualcosa che non avevo visto prima, tante volte mi meraviglio a qualche vista, ogni giorno ti riscopri… fa parte dell’animo. Chiudo gli occhi, posso rivedere la mia mamma seduta fuori dal negozio mentre ricamava, che mi piaceva tanto – mi rivedo in lei, come se fossi in simbiosi. Di speciale ci sono le persone che non ci sono più, ma che sono rimaste, è speciale che le persone sono sempre molto accoglienti, disposte a rispondere, ad aiutare se si può. Questa bellezza in città non esiste più, e anche qui sta svanendo, pianino pianino, è finita con le persone di una certa età. Però io confido che questa specialità venga portata avanti dai figli, perché se uno glielo insegna che bisogna essere sempre gentili, essere accoglienti, volere bene al paese e riconoscere, denunciare se qualcosa non va.

Il paese ha contribuito alla sicurezza, si poteva uscire, tranquilli e sereni, si giocava a pallone, si tornava, non ti sentivi mai in pericolo, e se magari ti vedevano in pericolo chi passava ti aiutava. L’appartenenza è questo, sentirsi protetto. Il senso di sicurezza viene anche dall’aver qualcuno che mi chiede se sono in difficoltà con le borse della spesa.

Il paesaggio è meraviglioso grazie alla posizione del paese in alto e al centro della Valtiberina. Gli anghiaresi hanno un motivo per il campanilismo – il panorama della vallata, i campi tutti verdi, colorati, ognuno c’è una semina, e poi i boschi, in una giornata di sereno arrivi a vedere i monti Sibillini con la neve, sono bellissimi anche quelli.

Faccio delle camminate, molto spesso, potrebbe sembrare lugubre, ma vado al cimitero per rivedere le persone che non ci sono più… i ricordi riaffiorano. Penso a nonnino, vive in me, quest’uomo di una grande, grandissima cultura, veniva da una famiglia quasi nobile, ma con il senso della cultura. I viaggi che io da piccina ho fatto, lui ci portava in giro, la Francia, l’Ungheria, l’Europa l’abbiamo girata, vedendo cose antiche, la bellezza del passato. Mi ricordo come si illuminava quando si fermava a questi mercatini dell’antiquariato in Francia. E poi c’è la Novella Ceppodomo, abitava di fronte a me e faceva Tovaglia a quadri, la memoria storica di alcune famiglie se io la conosco è grazie a lei. Mi raccontava del palazzo Testi, [ora sede della LUA, Libera Università dell’Autobiografia] quando ci vivevano 30 famiglie, ci stava anche lei con i suoi genitori… ricordi bellissimi.

Ricordo quando andavo all’asilo, anche lì sempre la Novella sulla porta ti chiamava per nome, la maestra Linda ci insegnava a fare le stuoie, giocavamo a nascondino, alla campana, alla corda, quando eravamo in tanti saltavamo tutti insieme, ci mettevamo il nome: Susina. Pesca. Pera. E poi palla, prigioniera, al muro, ci si divertiva così tanto!

Ho sempre riempito il non far niente facendo qualcosa, ricamo, lavoro ai ferri, ma leggendo soprattutto. Mia nonna leggeva Le Mille e una notte, I Viaggi di Gulliver, sto leggendo in francese L’étranger, mi piacciono i gialli, Camilleri, Grisham che rappresenta la giustizia come dovrebbe essere. Soprattutto con l’età posso rileggere qualche passo dei Promessi Sposi, della Divina Commedia, ogni tanto mi vengono in mente delle frasi. Mi piace anche la filosofia, la storia, invecchiando, le cose che mi hanno formato come persona.

Mi manca il mio negozio, mi manca, manca il contatto umano – io cercavo certo i clienti ma anche il contatto umano, però cerco di ovviare uscendo, stando in panchina, incontrando persone. Ho fondato Il covo delle ragazze; io di fronte al negozio ne ho un altro e il sabato, verso le 5.30, ci ritroviamo e ci si racconta gli eventi del paese…. Conosco una persona, hai sentito dire…? ti do indirizzo… si passa quell’ora e mezza bellissima per ovviare alla chiusura del negozio che ho amato profondamente.

Con la chiusura dei piccoli negozi di quartiere si è perso così tanto, sono la ricchezza di un paese ma anche di un quartiere, di una città. Finiscono i rapporti interpersonali, in un negozio di quartiere come il mio entrava una persona per chiedere un consiglio, che poteva riguardare un oggetto, ma qualche volta in questo mondo digitale persone di una certa età chiedevano aiuto per il cellulare, il computer: ‘come si fa a fare questo?’… il negozio di quartiere era fondamentale, ma non solo. Noi ci si conosceva, abbiamo sempre avuto la vigilanza del giovane, fino a poco tempo fa.

Quando qualcuno entrava nel mio negozio sentiva che il mio benvenuto aveva un calore insito, autentico, io sono così di natura. Speriamo di poter salvare l’incontro autentico, il colloquio, parlarsi onestamente, guardandosi negli occhi.

Pochi giorni dopo ho di nuovo intervistato Elida per sapere di più della sua attività che ha avuto per 44 anni. Ci siamo incontrate nel ‘negozio ’dall’altra parte della strada dove tiene l’invenduto e che è diventato un magazzino per vari altri negozi – non sa dire ‘no’. Al suo posto adesso c’è un’agenzia di Wedding planner.

Il negozio è nato nel 1950, il nonno Lorenzo con la nonna Elvira l’hanno messo su. Loro erano già ambulanti, andavano per mercati, e si fermarono e comprarono un piccolissimo negozio, 20 mq. All’inizio vendevano aghi, fili, nastri, elastici, e piatti e bicchieri. Poi hanno acquistato i successivi magazzini a fianco, lo stagnino smise e comprarono anche quello, poi nel 1963, fu sistemata la casa sopra il negozio.

Mia mamma come gli altri in famiglia aveva studiato, aveva un diploma, il nonno amava far studiare le figlie, ma mio nonno le dette in mano l’attività del negozio perché lei vedeva come andava il mercato. Mia mamma ebbe l’idea di mettere qualcosa di intimo, abbigliamento, maglie, camicette, gonne e il mio babbo si dedicò all’articolo da regalo, oggettistica, giocattoli. È andato avanti per tanti anni lavorando anche bene, si lavorava tanto ma con soddisfazione, non solo economica, ma anche di persone che venivano, erano contente. Si poteva dare la merce a rate, si facevano anche delle promozioni anche se la famiglia era conosciuta, sempre di qualità alta, però, sempre con uno sguardo al prezzo.

La merceria l’abbiamo tenuta: nastri, bottoni, spalline, aghi di vario tipo, per ricamare, per la lana, da macchina per cucire, per accomodare le reti delle olive, ferri per maglie, uncinetti, la profumeria. Vendevamo anche quaderni per i ragazzi, passavano davanti per andare a scuola. Avevamo latte di metallo con un dispenser e si vendeva la brillantina, la schiuma da barba, la lacca per capelli, la cera rossa per pavimenti a mattoni, la varechina; i clienti venivano con le bottigline che si portavano da casa, c’era un riciclare senza buttare via. Il gran cambiamento arrivò con l’avvento del Moplen, la plastica sostituì tutto, la fine di un mondo.

La decisione di chiudere è avvenuta purtroppo per la prevalenza di grandi supermercati e per l’avvento dell’e-commerce. Comprare online ci ha ucciso e ha contribuito moltissimo la pandemia di Covid. Non si poteva aprire i negozi e la gente si è abituata all’online. Io ho potuto tenere aperto perché avevo i beni di prima necessità per i bambini, però abbiamo perduto. L’anno dopo della pandemia che ‘Tovaglia a quadri’ fu possibile rifarla c’è stata una commedia intitolata ‘Ci Amazon tutti’. La non cultura di chi è al comando, chiunque sia, non ha mai pensato che i piccoli negozi di quartiere erano quelli che facevano rete, stavano aperti al servizio della persona che passa, un posto illuminato, poteva essere la salvezza del bello. Senza di noi avanza il vandalismo, la delinquenza. E poi le tasse esorbitanti, un negozio piccolino come il nostro doveva pagare la stessa percentuale di Roma.

La piazzetta delle legne, il nome gliel’abbiamo messo noi anghiaresi perché il mercoledì, la gente faceva provvigione di bragina, carbonella da Toppoli, di fascine di piccoli rami e legna al quintale. È finito all’inizio degli anni ’60 perché le persone hanno comprato l’Ape, facevano il servizio a domicilio.

Il mio negozio ha una posizione strategica, da un lato si guarda in alto e si vede la chiesa della Prepositura, dall’altro c’è una vista sulla piazza principale da dove tutti potevano vedermi seduta sulla mia panca.

 

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Elida Anna Bianchi

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