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Elisa Sassolini

Ho intervistato Elisa nell’appartamento dove stavo in Corso Matteotti. Elisa e suo marito, Daniele, abitano con i genitori di lei nella loro casa in campagna fuori Anghiari. Elisa è un’agronoma tropicalista e lavora in un’azienda che produce macchine per l’agricoltura, il che comporta frequenti viaggi in Africa.

Sono nata a Firenze il 17 ottobre 1969, lì ho fatto tutte le scuole e l’università. Anghiari è sempre stata l’altra metà della mia vita perché la mamma è di Firenze, babbo di Anghiari. Loro si sono conosciuti a Firenze, si sono sposati e hanno abitato sempre lì, però per il forte legame che il babbo aveva con Anghiari, noi siamo sempre venuti qua. Da principio andavamo a dormire dalla nonna e poi il babbo ha comprato una casa, nel 1973, io avevo quattro anni, è la stessa casa dove abitiamo adesso, l’unica casa che io ho sempre visto perché invece a Firenze abbiamo cambiato diverse case e diversi rioni.

Nel periodo della scuola siamo sempre venuti qui, i fine-settimana e le vacanze. Il venire qua per noi ragazze, io ho una sorella di un paio d’anni più grande, era una festa, una gioia, noi non ci venivamo forzate, anche perché avevamo molti cugini, coetanei nostri, avevamo il gruppo, con cui giocare. Infatti, abbiamo anche fatto delle amicizie ad Anghiari, però questo ha condizionato i rapporti con Firenze. Io e mia sorella ci sentiamo fiorentine, ma nonostante ciò non riuscivamo a condividere con gli amici di Firenze il tempo libero, soprattutto da quando a casa nostra a Anghiari è stato messo il riscaldamento, per cui potevamo venirci più spesso, anche d’inverno. Alcune delle storie d’amore più importanti che ho avuto, le ho avute con ragazzi di Anghiari e dintorni.

L’università l’ho fatta a Firenze, un’università particolare, io mi sono laureata in agraria tropicale ed era all’epoca l’unica facoltà del genere in tutta Italia. Quando hai 18 anni, finisci il liceo ti sembra di esser uscito da una gabbia, ti senti libero. Io in quel periodo mi ero lasciata con un ragazzo di Anghiari, avevo voglia di qualcosa di forte, di un cambiamento, però ero abbastanza disorientata. Da sempre la mia passione era per la natura e gli animali, mi viene dal babbo che per anni ha guardato tantissimi documentari in TV, soprattutto sulla fauna e sui parchi nazionali africani e mi sarebbe piaciuto fare zoologia tropicale che però era solo a Roma. Babbo mi disse che l’università fuori casa costava, ma se proprio avessi voluto mi avrebbero sostenuto. Quindi l’alternativa fu agraria tropicale: nella guida alla scelta delle facoltà la prima pagina era agraria tropicale, ed il primo della relativa lista di esami era l’esame di tecniche irrigue dei paesi aridi e io già mi immaginavo che avrei risolto problemi per i bambini, i villaggi e con questo sogno feci la scelta.

Ho finito l’università tardi, anche se per un periodo non breve ho lavorato e studiato, ci son voluti anni… non ho ancora fatto pace con questo. Comincio abbastanza bene, una media di voti molto alta e poi a un certo punto comincio a rallentare, a perdermi. Poi a 32 anni, dato che sono testarda, nonostante avessi perso l’entusiasmo e smarrito il senso della scelta fatta, la tesi all’estero almeno la volevo fare e sono andata in Tanzania, due mesi e mezzo. Lì mi è ripartita la passione, ero completamente affascinata da questa esperienza africana diversa dalla storia della mia famiglia. E cosa succede in quel momento al mio rientro, quando volevo trovare il modo di ripartire di slancio con gli studi per concludere e collaborare con questa ONG che mi aveva ospitato? Mi arriva la proposta dei miei zii di lavorare in ditta Busatti.

Io ci avevo sempre lavorato, sin da piccolina, perché la nonna materna, Francesca, ci portava d’estate alle fiere a Rimini o anche a Sanremo, potevamo farci un po’ di mare ed intanto imparare qualcosa del lavoro ed aiutare la nonna. Io, infatti, non ho mai fatto molte vacanze perché per i miei nonostante non avessero un cattivo stipendio, non era così facile trovare risorse economiche per le vacanze avendo oltretutto già una casa di villeggiatura che era ad Anghiari. Ho cercato dunque sempre, quando gli zii proponevano dei lavoretti, di farli per guadagnare qualcosa finché appunto mi hanno fatto una proposta più strutturata e sono andata a lavorare nel negozio di Arezzo. Ho accettato perché, nonostante la rinvigorita passione per l’Africa post viaggio in Tanzania, sentivo l’esigenza di alleggerire i miei dal peso economico di mantenermi e volevo un minimo di indipendenza economica.  

Era il 2002 e avevo 33 anni. Facevo la pendolare in treno da Firenze, a un certo punto abitavo un po’ a Firenze e un po’ ad Anghiari, finché nel 2008 gli zii mi hanno chiesto di passare da 20 a 32 ore la settimana, e così ho ridotto ancora il numero di ore da dedicare allo studio. Mi sentivo utile, con una certa responsabilità, mi hanno affidato il negozio. C’era però un conflitto in me: questo lavoro c’entrava con la mia storia personale e familiare, ma non aveva attinenza con quello che io volevo essere. Il mio obiettivo era finire l’università e finalmente mi è riuscito. Circa dieci mesi dopo quando avevo 40 anni, mi è arrivata casualmente una proposta di lavoro dalla Nardi, un’azienda storica di macchine per l’agricoltura, dove attualmente lavoro all’ufficio estero.

Daniele l’ho incontrato a Milano, sette anni prima di sposarci, a un evento organizzato dalla mia amica Barbara che ho conosciuto in Tanzania. La prima volta non mi è piaciuto. Daniele è molto buffo, strano, siamo totalmente diversi, ma crediamo e speriamo che la nostra diversità sia la nostra forza. È grazie alla diversità che riusciamo a trovare una soluzione nei conflitti. Facciamo fatica sulla gestione del tempo libero. Io sono natura, campagna, escursioni mentre lui è un intellettuale puro, il suo svago è la lettura. Anche a me piace leggere, ma da quando lavoro, dopo nove ore in ufficio ho bisogno di muovermi. Inoltre, non riesco a curare la casa come vorrei, avere tempo per Daniele, per acculturarmi. Sto leggendo drammaticamente sempre meno, devo colmare alcuni gap che ho, le lingue ad esempio a cui do la priorità, ma sento una frustrazione perenne perché so poco di politica, di storia, del sociale, di tutto insomma. Mi interessano molto le persone e quindi anche quando potrei acquisire delle informazioni di cultura generale da una conversazione tendo a fare domande personali: a me interessa quello che tu hai da raccontarmi.

Avevo 37 anni quando è finita una relazione molto importante, sono entrata in una profonda crisi, è stato uno scivolare progressivamente in un baratro che mi ha portato, essendo sempre più sola, a guardarmi dentro in una maniera che non avevo mai fatto prima. A quell’età lì i tuoi amici sono tutti sistemati, sposati, con bambini piccoli, tu ti trovi non allineato, la gente ha la propria vita. Mi sono scoperta sola, debole, fragile, insicura. È durato tre anni. In tutto questo casino, Tommaso, un Piccolo Fratello del Vangelo che avevo incontrato in Tanzania, mi ha dato degli spunti di riflessione, tra questi Martin Buber (Il cammino dell’uomo), una lettura incredibile. A seconda di dove sei nella vita quando senti la domanda: ‘Dove sei, Adamo?’ ogni volta ti parla. È bello che non sia un libro per cattolici ma di respiro universale, sovra-religioso direi.

Quando con Daniele abbiamo cominciato a frequentarci gli ho fatto come regalo questo libro. Lui che era in una sorta di ricerca religiosa aveva chiesto tempo prima a una suora amica sua qualche lettura di spunto per ricominciare a dialogare con se stesso e lei gli aveva consigliato proprio questo libro, ma lui non l’aveva ancora comprato e quando io gliel’ho regalato, dieci giorni dopo, senza sapere niente lui è rimasto colpitissimo e gli è piaciuto molto tra l’altro. È un simbolo importante per noi.

Nei tre anni dopo il nostro primo incontro, io ho lavorato su me stessa, ho cominciato a considerare la fragilità, la diversità, il non convenzionale, la stravaganza come qualcosa di arricchente e Daniele è assolutamente non convenzionale…. Nel frattempo lui ha fatto un grave incidente di macchina, e dopo quell’evento è cambiato, adesso purtroppo è tornato come era, una persona totalmente incapace di essere nel momento presente qui e adesso, ma ora lo so gestire. Dopo l’incidente è completamente rallentato, ricordo una lunga, calma, bella telefonata, rilassata che mi ha messo voglia di rivederlo. Ci siamo visti era dimagritissimo e camminava zoppicando e mi ha fatto una tenerezza…. È stato un po’ un ricominciare insieme, ognuno con una propria vita, da quel giorno abbiamo cominciato a parlare tutti i giorni, non abbiamo smesso più e adesso siamo sposati. Non è stato facile, non è facile il matrimonio, è un piccolo miracolo.

Il mio legame con Anghiari viene dal legame con la famiglia di mio padre che è sempre stata preponderante, rispetto alla famiglia della mamma, più semplice e con meno parenti. La famiglia del babbo è avvolgente, sono in tanti e in più mantengono rapporti anche con parenti lontani. Anghiari per me era il posto del divertimento, amici, fidanzati, tempo libero, stare con i miei cugini. Io ho una passione per la natura e il territorio, le colline, fin da piccola, col babbo andavamo a cercare funghi, ma ho scoperto tanto da sola, con la moto, piccoli tesori, un’edicola di una Madonna, una tomba, una lapide di una mamma e bambina fucilate dai tedeschi, vicino al castello di Pietramala, che ormai è un rudere, in mezzo al bosco, per andare verso Arezzo. Nel nulla trovi questa lapide che fa una tenerezza pazzesca, lì c’è stata vita, famiglie, storie che nessuno ricorda più… sono delle scoperte, un piccolo stagno per fare il bagno, un punto panoramico molto bello.

Il paese è il posto del riconoscimento dell’identità, si sa chi sei e si sa da che famiglia vieni e questo aiuta chi viene dalle famiglie ‘buone’, penalizza invece chi viene da famiglie con dei problemi, perché in paese non viene perso niente, la tua storia personale sarà sempre nella memoria di tutti. È molto difficile per me, ma forse chi ci vive sviluppa degli anticorpi.

Comunque, Anghiari ha una dimensione che è bella. Alcune case nella parte antica son vuote, ma ci sono abbastanza abitanti per avere un minimo di relazione. Non è più come quando era piccolo il babbo, ed Anghiari vecchio era molto abitato, ma non è artefatto, è autentico, e questa vita vera tu la senti e l’apprezzi tanto e ti senti un privilegiato a stare in un posto così. Io e Daniele avevamo una vista meravigliosa, la casa dove abbiamo abitato per cinque anni nel centro storico era piccola, ma aveva una vista incredibile, mi fermavo sulla terrazzina e mi chiedevo come fosse possibile avere una casa da cui potevo vedere tutto quel panorama. Quando dovevo pensare a un giro in moto da fare, mi affacciavo e vedevo tutti i monti come una mappa, così mi immaginavo dove potevo andare. Anghiari vecchio è così riparato, è un nido, è bellissimo anche per come è disposto, la cerchia di mura più esterna, poi quella vecchia, più interna, ti senti raccolto e protetto.

Io per il paese sono sempre stata ‘la fiorentina’, mi prendevano in giro per come pronunciavo certe parole, ero una straniera però sono parte della storia di qua. Adesso quando vado a Firenze mi sento smarrita, mi sembra una metropoli, ma mi piace la dimensione dell’anonimato, nessuno sa niente di me e questo ti fa respirare, ti dà un senso di libertà, di poter essere una pagina nuova ogni volta, scrivere qualcosa di diverso. A Firenze, che è una città di arte, di respiro internazionale, gli stranieri non li noto, non mi infastidiscono, so come evitarli.

Qua d’estate quando arriva la Southbank Sinfonia, tutti questi stranieri li vivi come una cosa estraniante. Non è come San Gimignano, Pienza…. Secondo me Anghiari non sarà mai come San Gimignano, perché gli anghiaresi hanno una identità molto forte, un attaccamento al loro paese speciale, che aprono molto volentieri, ma non vogliono uno stravolgimento della loro identità, della storia, e la creazione di tutte quelle infrastrutture che devi prevedere per tanti turisti. La cosa curiosa degli stranieri che vengono qua è una sorta di maggior rispetto e interesse per la cultura locale rispetto a quelli che vengono a Firenze.

 I turisti sono stati utili per recuperare le case abbandonate in collina, case abitate fino agli anni ’50, ’60, poi c’è stato uno sviluppo nelle industrie in Val Tiberina ed un esodo dalle zone agricole più remote. Chi abitava nelle zone di collina più alta dove poteva fare un po’ di agricoltura, legna, qualche prodotto accessorio, funghi, allevamento, formaggio viveva di questo, ma a fatica. Quando si è creata la possibilità del lavoro in fabbrica, molti hanno lasciato queste case, i figli non avevano intenzione di rientrare una volta finiti gli studi, le case sono state abbandonate. È stata un’opera di recupero molto importante, alcuni, soprattutto stranieri, hanno avuto i mezzi per farlo e anche una certa passione per la vita isolata anche se è vero che quando vieni in vacanza ti puoi permettere di avere una casa isolata a dieci chilometri dal paese con una strada brutta per arrivarci, se devi andare a lavorare è diverso. Quindi i turisti sono stati utili per recuperare questi casolari, qualcuno lo ha fatto in maniera più rispettosa, qualcuno un po’ meno, ma non si può avere tutto.

Per quanto riguarda la ditta Busatti questo è un momento di passaggio molto importante dalla vecchia alla nuova generazione, i miei cugini, ma mi sembra di vederli abbastanza in armonia e determinati. Loro si trovano a affrontare una grossa sfida, devono imparare anche il lavoro… quindi ancora gli zii sono coinvolti, soprattutto la zia Paola, la moglie di Nanni, lei in ufficio è una presenza fondamentale, una donna di grandi capacità ed è veramente una colonna, come la zia Elena in negozio….

Per ora son contenta di abitare in campagna, però devo dire che abitare nel centro storico mi è piaciuto moltissimo e nella mia vecchiaia mi vedo in Anghiari vecchio, verso i giardini del vicario, la parte più remota dove c’è una vista bellissima, e la sera, una dimensione surreale, è tutto un mistero.

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Ho intervistato Elisa nell’appartamento dove stavo in Corso Matteotti. Elisa e suo marito, Daniele, abitano con i genitori di lei nella loro casa in campagna fuori Anghiari. Elisa è un’agronoma tropicalista e lavora in un’azienda che produce macchine per l’agricoltura, il che comporta frequenti viaggi in Africa.

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Elisa Sassolini

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