Fabrizio Lepri


Fabrizio suona la viola da gamba e ricrea strumenti antichi. L’ho intervistato in quello che è stato l’Istituto d’Arte e che al momento è la sede di un progetto finanziato dal PNRR sulla ricostruzione di strumenti rinascimentali.
Sono nato ad Arezzo il 18 maggio 1968, ma sono cresciuto completamente qui ad Anghiari. La mia famiglia… non sono anghiaresi, mio padre è di vicino Arezzo, mia madre umbra, di Citerna. Lavoravano qui ad Anghiari e l’hanno scelto come dimora.
Sono andato a scuola un po’ qui, un po’ a Sansepolcro, ho frequentato le scuole superiori ad Arezzo. Verso i 12 anni ho cominciato ad avere una passione per la musica. La mia maestra delle scuole elementari ci faceva sentire musica classica, io devo tutto a lei, il mio rapporto con la musica classica, con qualcosa per amarla ci devi entrare in contatto. Ho imparato da maestri privati, ho iniziato con un maestro privato per la teoria musicale ad Anghiari, poi a Sansepolcro, poi ad Arezzo. Ho iniziato con il violoncello e con il contrabbasso e a 16 anni sono entrato in Conservatorio a Firenze. Era possibile all’epoca così ho iniziato il Conservatorio a Firenze, andavo al liceo, prendevo il pullman la mattina.
Dopo il conservatorio ho studiato 2 anni a Perugia e poi a 24 anni sono andato al Conservatorio Reale a Bruxelles dove ho studiato la viola da gamba. Dopo gli studi a Bruxelles sono rimasto un pochino all’estero, ho suonato in tutta Europa, praticamente dappertutto. E poi sono tornato nel 2000 in Italia, ad Arezzo perché avevo una compagna che abitava lì, sono tornato ad Anghiari nel 2007. Qui s’è deciso perché io amo questo territorio, sono venuto via dal Belgio anche se là c’era molto, molto più lavoro. Suono prevalentemente da solo e con piccoli ensemble diversi, non ne ho uno stabile tranne Ombra Lucis che ormai va avanti da 20 anni.
Credo che anche questo mio amore per la musica antica è nato proprio parallelamente con la bellezza arcaica di questo luogo. Ho un legame fortissimo con Anghiari, ma soprattutto con il territorio, i dintorni, con questa vallata, con tutta la parte collinare… c’è una luce diversa. E i vigneti, uliveti, cipressi… tutto quello che mi mancava nel nord Europa. È dentro il mio modo di suonare, si rimane un po’ imprintato. Quando ero in Belgio sognavo i cipressi.
C’è qualcosa di speciale nel centro storico, non so…. Penso che sia più la posizione, è proprio come è allocato, è la classica cipollina medievale, il panorama che si gode dalla città, la luce, il canto dei rondoni, certo ci sono in tutta la Toscana, ma particolarmente qui. Ho provato diverse volte a vivere nel centro storico, ma per me è troppo scomodo con gli strumenti, il laboratorio. Ho abitato prima qui in via Nenci, poi qua su per le scalette rosse e poi lungo La Croce. Adesso abito sotto Anghiari però lo vedo.
Io ho iniziato perché ero appassionato dello studio degli strumenti e poi il passo diciamo vicino, ho cominciato a costruire gli strumenti. Il Conservatorio a Bruxelles era anche un’università e quindi ho fatto anche gli studi di organologia, lo studio di strumenti musicali. Avevo studiato con Karel Moens che era il curatore, direttore, restauratore del Museo di strumenti musicali di Bruxelles che, insieme a Vienna, è uno dei più grandi in Europa. Con lui ho fatto tante ore di lezione, sono stato a bottega di vari liutai. Quando sono tornato in Italia ho fatto un lungo periodo come antiquario, tutto il restauro lo facevo io.
È un’esperienza diversa suonare quando si fa lo strumento. C’è molta, molta più consapevolezza dello strumento adatto a quello che tu vuoi fare. Ogni strumento è diverso e ogni strumento può presentare delle caratteristiche diverse, non c’è una perfezione assoluta, non a caso anticamente c’erano molti più strumenti, ognuno caratterizzava una parte del repertorio, certi repertori sono nati su quello strumento lì e non si possono adattare su un altro strumento.
Il progetto su cui lavoriamo qui è la ricreazione di strumenti antichi che sono andati perduti, distrutti. Ci sono tanti strumenti che noi non abbiamo più fisicamente da 800 anni, perché il legno è deperibile, le mode passano… e quindi ci sono alcuni effetti importanti del repertorio che sono sprovvisti di questi strumenti e vanno ricostruiti. La parte interessante è capire come loro all’epoca progettavano questi strumenti… il vero patrimonio, tutte quelle conoscenze che aveva il liutaio dell’antichità su cui si basava per progettare gli strumenti…. L’idea è abbastanza semplice: riascoltare quello che non c’è più.
La fonte principale per questi strumenti sono i dipinti. L’affresco in particolare per questo progetto qui è a Ferrara che è uno snodo molto importante per gli strumenti musicali. C’era una corte molto attiva sia con Ercole I, ma soprattutto con i due figli, Alfonso e Isabella d’Este, che è un po’ la madrina del Rinascimento. È un grande affresco che mostra tutte quelle che erano le pratiche musicali della corte estense. Si trova nella chiesa di Santa Maria della Consolazione databile al 1515. L’affresco è molto in alto e la cupola è molto deformata così si è fatto fare da un fotografo professionista il rilievo fotografico che interessava a noi.
L’unico legno che è indispensabile per questi strumenti è l’abete rosso che si usa per fare la parte che veramente suona, la tavola armonica. Deve essere per forza di conifera della val di Fiemme, il bosco di Paneveggio, che è sempre stato importante per la produzione di abete armonico nei secoli perché è ad alta quota e gli alberi crescono con caratteristiche precise, molto adatte per la liuteria. Per i corpi, i manici, la cassa si può usare una grande varietà di legni, nella liuteria classica prevalentemente l’acero che viene dai Balcani, l’acero bosniaco. E poi tanti legni che ci sono localmente: tasso, cipresso, noce, tantissimi legni si prestano, si tenta di usare legni che erano reperibili. In particolare, per questo progetto gli strumenti furono acquisiti dalla corte ferrarese, ma la produzione era veneta, a Venezia per le rotte commerciali arrivavano legni da tutto il mondo, si usavano anche specie più esotiche come l’ebano.
Gli studenti vengono da tutta Italia, specialmente dal nord, Veneto, Emilia-Romagna. (Per il futuro arriveranno molti stranieri, siamo gemellati con istituzioni estere con la stessa finalità). Gli studenti non pagano una retta, hanno una borsa di studio, sono studenti che già sanno lavorare. I mestieri d’arte richiedono un lungo processo di apprendimento, l’umanità sta perdendo un po’ questo, tutto è spinto con una grande accelerazione, certi mestieri moriranno. Agli artisti bisogna dare tempo, creare una società con più tempo. Quando andiamo ai concerti o a una mostra o quando compriamo un manufatto, dobbiamo capire e accettare che richiede tempo.
Il posto per il lavoro è qui perché ci sono laboratori adatti, l’edificio è bellissimo, è il contesto giusto da molti punti di vista. Nel passato qui si faceva esattamente la stessa cosa, questo era un posto deputato al restauro ligneo, il rilievo, la progettazione di un’opera filologica, le tecniche della liuteria sono un pochino le stesse dell’ebanisteria: l’intaglio, la tarsia, la decorazione, la laccatura, la doratura, il disegno dell’ornato. Ho pensato che dava una continuità, producendo altri oggetti, all’anima di questo posto.
Questo era uno dei pochi Istituti d’Arte… si diventava maestro d’arte, un bel termine. Era dedicato al restauro ligneo, ma uno poteva anche fare dei manufatti completamente nuovi seguendo la grande tradizione della lavorazione lignea, la tarsia, la tarsia italiana, la tarsia negativo su positivo, tutte le tecniche antiche che c’erano in Italia. Una grande tradizione, il nostro è un paese di artigiani prevalentemente. Il mio grande legame con il legno è con la storia, perché è veramente qualcosa di universale: non si vive la propria vita, ma si vive anche la vita di chi ci ha preceduto, va al di là della propria breve vita… e attraverso l’insegnamento sulle generazioni future si va oltre, si diventa parte di un’esperienza molto più vasta.
Con questo posto spero che ci sia una continuità poi, cioè riuscire a tenerlo aperto, per riportare qua i grandi maestri che qui ci hanno insegnato e proseguire la tradizione dei manufatti lignei. Bisogna trovare il sistema, delle idee per farlo vivere.
Il progetto finanziato dal PNRR dura 3 anni, è già un anno e mezzo che stiamo lavorando. Continuerà a Gradara, un piccolo comune sull’Adriatico, una volta che è pronta questa infrastruttura. È una grande torre dove ci saranno i laboratori, al secondo piano un museo organologico dove ci saranno gli attrezzi dell’epoca, le rotte commerciali, le fasi costruttive, le tecniche, collanti, resine… (in Europa ci sono musei di strumenti, ma non così, non di come si producevano) e all’ultimo piano ci sarà un piccolo auditorium.
Per quanto riguarda i concerti, qualcosa facciamo sempre su Anghiari, con grande fatica, però io sono un po’ Anghiari-centrico, ma è molto difficile, è un piccolo comune e mancano risorse vere. Ogni anno invitiamo qualche grande musicista e tutti si innamorano un pochino di questo luogo. I concerti sono gratuiti per tutti, li voglio accessibili il più possibile per permettere alla gente di incontrare questo repertorio. Queste cose continuano a vivere se è la collettività intera che se ne fa carico, e che dice ‘noi vogliamo che questa iniziativa esista’.
Vedo le difficoltà per i giovani di acquisire un ‘linguaggio’ diverso, diventa sempre più difficile. Il lavoro che tutti possono fare è un lavoro di presidio. Se io non avessi avuto la mia maestra che mi faceva sentire musica classica non mi ci sarei mai avvicinato. Nella musica ho trovato me stesso e la bellezza. Io credo che la bellezza è connaturata, il nostro ruolo è far avvicinare i giovani, trasmettendo questa tradizione.
Il mio sogno è creare una piccola isola qui ad Anghiari dove si ritrova una dimensione umana del vivere, dove riconquistare il tempo. Mi piacerebbe far rivivere la bottega, la bottega era luogo di lavoro, di conoscenza, ma soprattutto era luogo di aggregazione, la gente andava dall’artigiano, si beveva un bicchiere di vino, si conversava. Era tutta un’altra dimensione del trascorrere del tempo e del socializzare intorno a qualcosa che stava crescendo, in divenire. Io l’ho conosciuta, gli ultimi retaggi, i grandi artigiani che erano ancora vivi qui, era una dimensione bellissima… quella di non fare magari niente, sedersi e vedere uno che sta lavorando, una dimensione diversa del lavoro, che non è solo produrre, è creare. C’è molta differenza tra ‘creare’ e ‘lavorare’.


Fabrizio suona la viola da gamba e ricrea strumenti antichi. L’ho intervistato in quello che è stato l’Istituto d’Arte e che al momento è la sede di un progetto finanziato dal PNRR sulla ricostruzione di strumenti rinascimentali.
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Fabrizio Lepri