Paola Foni


Ho intervistato Paola nell’appartamento rinascimentale riccamente affrescato dove stavo in Corso Matteotti. Paola ha studiato biologia, ma da tanti anni fa la spazzina per le strade di Anghiari. Lei è famosa per il suo sorriso e la sua gioia di vivere.
Parte 1
Io sono nata a Sansepolcro nel 1957, il 10 di giugno. Provengo da una famiglia di, diciamo, operai, mio padre era un bravissimo muratore, la mamma è stata casalinga, poi ha lavorato assieme a una zia per delle confezioni per il mare, cappelli, borse e quant’altro. Io sono vissuta in casa con i nonni paterni, il nonno Domenico e la nonna Mabilia, è stato un rapporto molto importante quello che io ho avuto con i nonni, specialmente con la nonna paterna.
I miei nonni, tutti e due, erano contadini da tante generazioni, e loro, per dinamiche familiari un po’ problematiche, sono venuti via dal podere, dalla grande casa, nel 1955. Per il nonno in particolare fu un trauma molto grosso questo, perché lui era abituato tutta una vita a lavorare la terra, ad essere il capofamiglia di una famiglia patriarcale, in quanto era il figlio più grande. All’improvviso si ritrovò fuori da questo contesto e fu una botta pesante, caratterialmente, era una persona che si abbatteva molto facilmente. Invece la nonna, la nonna Mimma, per noi famigliari, era una persona molto reattiva, piena di risorse, io in molte situazioni mi ci rivedo. Andarono a stare in questa piccola casa nuova che mio padre aveva fatto, anche con una sorella di mio padre che era nubile.
Mio padre aveva un’altra sorella, più grande, l’orgoglio un po’della famiglia, perché lei era laureata in lingue all’università di Firenze, nel 1942, a venti anni si laureò. Poi dopo la guerra, mentre lavorava come interprete a Perugia, conobbe il suo futuro marito, che era un ufficiale americano, rumeno di origine tedesca. Lei andò con questo marito in America, in Pennsylvania. Mio zio era professore di tedesco all’università, al Wilson college a Chambersburg. La zia è stata una femminista e amava i libri, negli anni ’70 era una libraia specializzata in testi sulle artiste donne. Nella libreria del Congresso c’è un fondo intestato a Cesi Kellinger dove ci sono tutti i suoi libri che lei ha donato.
Questo diciamo la mia famiglia di parte paterna. Poi dopo, da parte di mamma, era una famiglia che aveva dieci fratelli, questa grande famiglia con tutti questi zii… ritorniamo a noi!
Io nasco dopo due anni che il nonno e i miei genitori sono andati ad abitare in questa casa, e io sono cresciuta con questi due nonni che avevano un orto grande, e da piccina sempre dietro a loro, tra queste piantine, mi piaceva tanto, mi piaceva molto, mi piaceva, e i primi rudimenti della botanica li ho imparati con loro, a riconoscere le piantine… quasi un sesto senso. Poi la nonna m’imparava i lavori femminili, perché ancora c’era lavori strettamente maschili, lavori strettamente femminili. E quindi, insomma, mi ha imparato a fare la pasta, tagliatelle, a cucire…
E io ho dei ricordi belli fintanto che, io non capivo molto bene, ma io avvertivo il disagio in casa, quando questa zia rimase incinta. Negli anni ’60 avere un figlio fuori dal matrimonio era una cosa… non una festa, com’è normale che sia. Questa zia fu mandata a partorire a Narni, sotto Perugia, perché non si doveva vedere, poi, dopo un paio d’anni, tornò su a casa, con lo scontento della mamma, della mia nonna, le dinamiche famigliari molto tese. Poi ristrettezze familiari, perché eravamo in sette, lavorava mio babbo solo. E quindi ricordi, tutto sommato, luci ed ombre.
Io sono andata a scuola e alla fine della prima elementare, mi sono ammalata, non si sa perché, sono arrivata ad avere i parametri del sangue proprio quasi a zero, mi hanno portata all’ospedale ad Arezzo facendo una diagnosi di leucemia e dicendo a mio padre che sarei vissuta quattro mesi. Fu uno choc per tutta la famiglia, il mio babbo perse i capelli. Io sono rimasta in ospedale per più di due mesi, dopo tornai a casa per due mesi. Poi sono ristata in ospedale e poi inspiegabilmente, questa che poi fu conosciuta come aplasia midollare, io sono ripartita e non ho più riavuto problemi di salute.
Poi questa vita di famiglia continuava… poi nel ’65 nacque mia sorella, di otto anni più piccola di me, e fino al ’66, quando morì questo nonno che nel frattempo aveva avuto il Parkinson e altri problemi di salute. La convivenza con la zia e con il cugino dura fino al 1968 quando la zia andò come dama di compagnia dalla mamma di un politico locale. La vita era un pochino più tranquilla, la nonna era serena. Fintanto che nel ’69 la nonna è morta all’improvviso e io questo… per me è stato un grosso trauma, perché poi l’ho trovata io. Io, bambina, vedere questa nonna così, in terra, e non mi rendevo conto che c’era stato l’evento ‘morte’. La nonna muore che io avevo dodici anni. Decido di andare al liceo scientifico a Sansepolcro. Quindi ho fatto i cinque anni, ho preso la maturità scientifica, mi sono iscritta all’università a Firenze e ho fatto biologia, mi son laureata.
E poi nel frattempo, in terza, avevo conosciuto il mio futuro marito Paolo, lui è di Pieve Santo Stefano, lui lavorava ad Arezzo, era operaio tornitore. Quando ci siamo conosciuti, subito ho dovuto presentarlo ai miei genitori, perché non si poteva stare al di fuori e quindi noi si dice: ‘L’ho portato in casa’. Nel ’83 ci siamo sposati, l’anno che mi son laureata.
Nel frattempo, era iniziata la casa qui ad Anghiari, dove noi abitiamo tuttora, è stata iniziata nel ’76. Il babbo, aveva una società con un altro amico, vennero qua ad Anghiari a fare i lavori finali per una casa, c’era questo terreno e loro cominciarono a costruire questa casa pensando di rivenderla, poi dopo, parlando tra di loro, l’hanno tenuta per le loro famiglie. E da lì è venuto fuori il perché noi, da Sansepolcro e Pieve, siamo venuti ad Anghiari. In questa casa noi abbiamo fatto tanti lavori, i nostri momenti di tempo libero, la sentivamo come la nostra casa, come il nostro nido di futuri sposi. Quindi il sabato, la domenica, le ferie eravamo sempre a fare tanti, tanti lavori. Poi questa casa piano piano è finita.
Io ho finito gli studi, ci siamo sposati il 26 di giugno del 1983, io mi sono laureata l’otto di luglio dell’83 e l’undici di luglio mio babbo cade da un tetto, cade, cade da un tetto, sì. E lì per lì sembrava che la cosa fosse risolvibile, aveva avuto una piccola lesione alla colonna vertebrale, con riposo, con attenzione, si risolve. È stato in ospedale, poi è tornato a casa, con un gesso che non poteva muovere la schiena. Il 27 luglio comincia a stare non bene, aveva dei dolori. Sicché io chiamo la guardia medica: ‘Dolori intercostali, con questo gesso’. La mattina successiva chiamiamo il medico curante, stessa risposta. Passa il pomeriggio, passa, alle sette, la situazione non migliorava, si chiama l’ambulanza, nel frattempo comincia a stare male veramente, arriva l’ambulanza, io vado con lui sull’ambulanza, lo portiamo all’ospedale, mi muore sotto gli occhi, il mio babbo, mi muore. E… questa sì, sì… io ho chiuso gli occhi al mio babbo e questo è stato l’evento che, nella mia vita, è stato uno spartiacque, il prima e il dopo. Perché questo babbo, con il quale avevo un rapporto, era un uomo intelligente, con lui io potevo parlare di tutto. Anche quando lui aveva la ditta, andavo ad aiutare, io tornavo dall’università, andavo con lui a legare il ferro per i pilastri di ferro, di cemento armato, a volte gli andavo a prendere le persone che lavoravano con lui. Si era creato questa collaborazione.
Quindi abbiamo dovuto chiudere la ditta, pagar i fornitori, pagare gli operai…. In casa la situazione era una tragedia, perché la mamma era legatissima a questo babbo quindi la perdita di quest’uomo giovane, fu devastante. Lei aveva 53 anni, mia sorella aveva diciassette anni… e quindi una tragedia. Noi, novelli sposi, siam dovuti rimanere a casa fino a dicembre, con la mamma e con la sorella. Poi siamo venuti qua nella nostra casa e poi si è annunciata la nostra prima figlia Luisa, è stata la prima gioia. E però io… nel frattempo era cambiato il mio modo di vedere la vita, perché prima davo importanza più alle cose esteriori. Dopo la morte dal babbo, il mio motto è stato quello che: ‘A tutto si rimedia, per tutto c’è una soluzione, solo che alla morte’, la perdita di una persona cara, per quello non c’è nessuna soluzione, c’è solo una perdita e tanto dolore e un cambiamento proprio di vita, un cambiamento. Si annuncia Luisa…
Allora trovare lavoro come biologo in val Tiberina sarebbe stato difficile, ma comunque è stata una scelta: io volevo seguire la mia figliola. Poi nasce Fabiola, la mia seconda figlia, nasce. Io faccio la mamma, faccio sempre qualche lavoretto, ripetizioni. Passano gli anni sereni.
Queste figliole, brave tutte e due, hanno fatto il liceo scientifico a Sansepolcro. Luisa ha fatto medicina, è stata a Londra e adesso lavora a Pisa, all’ospedale Cisanello, è cardiochirurgo. Fabiola abita ancora con noi, sta preparando casa per andare a convivere con il suo ragazzo, fra un mese, a maggio, penso che prenda il volo, stanno aspettando un bimbo e divento nonna. Fabiola ha 27 anni, Luisa ne ha 34, Marco il più piccolo, per modo di dire, ha 21 anni, abita ancora con noi, studia al Conservatorio Cherubini, Firenze, canto lirico, basso, è al secondo anno, l’anno scorso nel saggio di fine anno ha cantato una piccola parte nel Flauto Magico e ora abbiamo il saggio del secondo anno.
Io sono estremamente felice, io sono estremamente felice eppur abbiamo avuto tante difficoltà, con mio marito però c’è stata la forza, la comprensione, l’amore, la condivisione. Noi, con Paolo, sono trentacinque anni che siamo sposati e più nove anni che siamo stati fidanzati prima di sposare e io dico sempre che mi dispiace che non abbia altrettanto e più tempo da passare con lui. Mio marito è una persona speciale. È un uomo paziente, è un uomo umile, disponibile, è pieno di amore per i suoi figlioli, per me, per tutti. Come posso dire, lui, basta chiedere, parlar di una cosa che lui si impegna sempre per raggiungerla. Anche coi figlioli, mai gli ha detto: ‘No, questo non si fa’ o ‘No, non vi ci porto’. Generoso, amorevole, amoroso. Con la mia mamma è stato tanto caro.
Mamma è morta, sono due anni e mezzo fa, il 4 ottobre del 2015, sì. Aveva 85 anni, è stato come se lei avesse voluto staccare la spina, era stanca di vivere. Nel 2006 ha avuto, per un tumore alla vescica, un intervento grosso, e questo le ha limitato la sua libertà e da lì ha cominciato…. Però ha passato anche degli anni discreti, buoni. Circa un anno, un anno e mezzo prima della morte, ha cominciato ad andare sempre più giù e non c’è stato niente da fare. Fatte le analisi, andava tutto bene, cioè, io dico sempre, lei voleva chiudere, era stanca di vivere, era stanca di vivere. Quindi è stato un grosso dispiacere, nel senso che, dopo la sua morte, mi sono sentita con le spalle scoperte, non mi sono sentita più figlia, nel senso che ho pensato: ‘Sono io sulla barricata’.
Però sono stati due dolori diversi, quello del babbo è stato l’improvviso, la perdita di una persona giovane, il non poter condividere con lui tanti passi della nostra vita, la nascita dei nipoti, le gioie che ci hanno dato…. Mentre invece la mamma li ha visti tutti, ma c’è questo senso di perdita. Piano piano, uno si riprende, e poi c’è sempre questo… questa mancanza, questo… sentirti sola, sì.
Parte 2
Il mio lavoro… Allora, premesso, io sono stata amministratore anche in questo comune, io sono stata uno dei collaboratori dei sindaci dal ‘92 al ’98, alla fine dell’amministrazione di Franco Talozzi: grande! e poi a quella successiva, poi ho finito quest’esperienza con la nascita di Marco. Quando esce un bando di questo posto per spazzino in Comune, io faccio domanda, nessuno interessato. Mi fanno il test attitudinale e ho questo posto, io dico: ‘Bene’ perché lavoro sei ore la mattina e ho il pomeriggio libero per aiutare e per stare con i mei figli. Marco aveva un anno e mezzo, anche gli altri comunque erano piccoli. E quindi inizio questa avventura…
Il primo aprile del ’99 inizia questo lavoro, come posso dire… e ogni giorno che passava e pi ù l’amavo, perché è un lavoro, pesante dal punto di vista fisico, perché devi spazzare, tirar su pesi, tirare… però il lavoro che ti lascia la mente libera per pensare, vedi tante cose… Per esempio, quando spazzi a La Croce, la mattina, verso le sette mezzo-le otto, adesso, che guardi verso la valle, la valle che hanno visto Leonardo, Piero della Francesca e quindi è una gioia. Alzi la testa, vedi una persona e la saluti, magari questa persona ha una giornata che si sente un po’ giù, si mette a fare due parole e tu con un sorriso la puoi aiutare. C’era una signora, abitava per La Croce, qui a metà, si chiamava Ave, aveva il marito infermo, aveva circa ottant’anni, la mattina scendeva, dopo aver accudito il marito, e andava a lavorare da sua sorella che faceva la sarta. E quindi questa… pian pianino su per questa salita, piano piano, da un saluto, e poi una parola e una chiacchierata, e quando usciva mi diceva: ‘Signora, questo giorno per me è bello perché ho visto il suo sorriso’.
A volte, andando con l’Ape c’è un punto, non so se hai presente, nella piazza del museo, c’è la galleria che viene su, allora io vengo su con l’Ape e quando sentono il rumore, i turisti, sentono questo rumore, io li vedo, che si guardano intorno, poi quando capiscono che c’è… tutti rimangono meravigliati, cominciano ad indicare, a volte c’è una standing ovation, perché una donna con l’Ape su, non lo so che effetto gli fa però… una cosa che è particolare per loro.
In questo lavoro, vedi il passaggio delle stagioni, io la chiamo: ‘La poesia della spazzatura’ perché la spazzatura ha una poesia, perché ti dice il passaggio delle stagioni, quando alzi il coperchio e vedi l’autunno, cominci a vedere la cenere, e sai che è una stagione, oppure le bucce, il profumo dei mandarini. Ora cominci a vedere piano piano il melone, si va verso l’estate o sennò a primavera, anche quando il tempo è brutto, te lo dicono le formiche che arriva la primavera.
Oppure la poesia delle cose che buttano via, anche quella è una poesia. È capitato, quando andavo giù a San Sepolcro a scaricare, a volte vedi cose buttate via, che ti raccontano la loro storia. A me è rimasto impresso due cose, le valigie, le valigie, se ti potessero parlare chissà quanto avrebbero da raccontare, di dispiaceri, di addii, di partenze, di tristezze, oppure anche di gioie, la gioia del ritorno. Un’altra volta due testiere di letto, di legno, e avevano… erano scolorite in due punti, delle teste, sai di quando uno si mette appoggiato al letto. Ho detto: ‘Chissà quanti pensieri, quante… magari due coniugi, marito e moglie, che si parlavano dei problemi della famiglia, dei loro…’. O magari muore una persona anche anziana, e vedi queste cose che sono state con loro da una vita, che gli hanno fatto compagnia, che loro hanno tenuto, magari con grandi sacrifici e le hanno tenute bene, buttate via, buttate…. E io sai? Le prendo, perché dico: ‘Non è giusto’. Perché io credo che anche… le cose sentono chi le ama, perché tu gli ridai una nuova possibilità di avere una nuova…
Una volta, diverso tempo fa, ho riportato a casa un canterano e mio marito gli piace metter a posto, lui è tornitore nel ramo nel ferro, però io dico sempre che è un falegname mancato, che a lui piace lavorare il legno. Sicché abbiamo passato un inverno, nel fondo, a metter a posto questo mobile, era tutto smontato, i cassetti, erano quattro tavole. È stato così bello e ci siamo divertiti perché vedevi questo mobile raccontava la storia di chi l’aveva fatto. Perché vedevi davanti, un legno un pochino più pregiato, all’interno, dove non si vedeva, dei legni più poveri e poi magari anche una giunta. Guarda questo ti racconta la storia di una famiglia e così una casa, la pietra…
Però queste cose diventano tue perché te ne sei presa cura, perché tu le rimetti a posto e tu le ami e poi a volte sono anche cose belle, sono… A me piace i ricami, io ricamo, faccio l’uncinetto, i disegni del tombolo, la crina a fuselli è tipica delle nostre parti. Quante volte ho visto questi disegni buttati via, e io questi disegni li ho messi in dei contenitore trasparenti, perché è una storia, sono un pezzo di artigianato, un pezzo di storia dei nostri luoghi. Poi un domani uno li dà ad un’associazione che si cura di queste cose, non è giusto che debbano essere buttati via.
E questo lavoro è bello per questo, io lo amo veramente, lo amo, e poi anche gli incontri, le battute del paese, … i vicoli, quando pensi alle persone che li hanno abitati, alle loro storie, alle loro… veramente alle volte ci sarebbe da scrivere un libro. Perché poi sono personaggi caratteristici, personaggi che adesso, purtroppo… il paese è morto, perché io sono da 20 anni che faccio questo lavoro e sono venuti a mancare tante persone, tante, tante, nella cerchia murata, nella cerchia medievale.
Venti anni fa c’erano tante più persone che abitavano ad Anghiari. Adesso è un paese museo, un po’, perché queste case chiuse, perché prima ogni porta aveva una famiglia o una persona. I giovani non rimangono perché c’è… diciamo Anghiari non è facile viverlo come famiglia giovane, magari con figli. Le case sono a volte anche scomode, sono piccole e quindi è difficile…, poi adesso se non arrivano con la macchina dentro casa, queste persone un po’ anziane, triste. Prima c’erano più botteghe, l’artigiano che faceva il ferro, quell’altro che restaurava, anche proprio come botteghe. Se uno ritorna indietro con la mente e fa il percorso delle strade, lì c’era un droghiere, di là magari c’era quello che vendeva il latte, di là c’era il calzolaio. Le donne che si sedevano fuori, coi figlioli, facevano il tombolo, queste trine, la sera, chiacchieravano, si scambiavano informazioni, proprio la vita di paese. Però è un problema un po’ comune, perché anche a Sansepolcro hanno lo stesso problema, pur essendo in pianura, più agevole come posto, però il centro storico di Sansepolcro è vuoto.
Sì, qui in piazza, dove ci sono i bar ora questo è il centro, dove la gente arriva con la macchina, sempre con la macchina, camioncini che caricano, scaricano, è tutto un delirio …
Sicuramente c’è un grande senso di comunità, perché poi ad Anghiari ci si conosce tutti, essendo il paese piccolo, poi le figure che il centro, ci si conosce, anche quando c’è qualche faccia nuova, viene accolto bene, vien accolto. Gli anghiaresi sono gelosi del loro essere ‘anghiaresi’, è proprio come le mura, tu sei di Anghiari se sei nato entro le mura, chi è nato in basso, alla stazione già mmmmm… è straniero. Apparentemente Anghiari è molto accogliente, però è difficile entrare nei clan, anche per me che abito ad Anghiari da tanti anni.
La città è come la mia casa, è un orgoglio tenerla pulita, mostrarla al meglio, alle persone che vengono a visitarla, e questo io e chi lavora con me, ci teniamo in modo particolare, perché io ritengo che chi lavora fuori, in un paese, sulla strada, è l’immagine del paese, dell’amministrazione. Noi siamo il primo incontro che chi viene da fuori, fa e quindi ci si tiene a mostrarla al meglio, ci si tiene ad essere cordiali con le persone che ti chiedono un’informazione, che ti chiedono un consiglio, per un ristorante, sui negozi. È la nostra casa, è una parte del tempo della nostra vita, della mia vita lo passo qui, nel paese, nelle strade e quindi è…
Io sono felice della mia vita, il bilancio, a 61 quasi anni, è estremamente positivo, perché ho avuto una famiglia che mi ha voluto bene, la mia famiglia di nascita, la famiglia che ho creato con mio marito, abbiamo dato la vita, stiamo bene in salute, i figli seguono la loro strada, i loro sogni e le loro inclinazioni, piano piano arriverà e poi …
Non occorre grandi cose, grandi soldi, grandi giri, …. Io, proprio ieri, ho lavorato ieri mattina, era domenica e poi… mi son dimenticata, io ho due cani e una ciurma di gatti, i cani, tirati fuori dal canile, i gatti, chi sordo, chi cieco, chi muto. Ho pulito, e poi ieri pomeriggio, ho portato la pappa ai cani, mi son messa a sedere nel giardino e ho detto: ‘Io sono fortunata, io sono in ferie tutto l’anno, guarda che bellezza’ perché ho i fiori… e quindi mi sono messa seduta a guardare intorno e ho ringraziato la fortuna che ho, ecco! È una piccola cosa, non mi sono mossa di casa, non ho speso soldi però è un momento di felicità. I fiori mi piacciono, ho i limoni, un arancio, un mandarino, un cedro e quando ho un momento libero vado giù a curarlo, mio marito, ugualmente come me, è amante delle piante, sono momenti felici.
Per me ogni giorno è un giorno di ferie, perché io mi considero in vacanza a casa mia, tanti vanno a cercare…. È giusto viaggiare però il viaggio può essere inteso in due modi: come curiosità di luoghi diversi, di persone diverse, oppure farsi grandi: io sono stata là, sono stata qua. Anche senza viaggiare tanto, sono felice dove abito, per me i viaggi li puoi fare anche con la fantasia, con un libro e quindi…
Sì, leggo tanto, ho tremila libri in casa, ogni tanto: ‘Paolo, per favore, fai un’altra libreria’. Mi piace, mi piace da morire. Qui dove vai, la respiri l’arte. Pensa a quanti grandi artisti sono nati qui: Piero della Francesca, Luca Pacioli, Michelangelo, Vasari, poi i pittori umbri. È nell’aria.
Amo Anghiari perché…è un sentimento, amo, le sue pietre, le sue porte. Sì, la storia nella pietra…. Ieri mattina che era domenica, sono entrata alle 7-7.30, non c’era nessuno nel paese, dormivano tutti e tu ti immagini, vedi questo paese, non surreale, però vuoto, c’è proprio la pietra, tu pensi a quante cose hanno visto queste pietre. Io dico sempre: se le pietre potessero parlare, quanto ci racconterebbero, perché noi passiamo, ma queste pietre sono…. Le pietre di palazzo Taglieschi sono del Mille, poco più, sono del 1200, sono sempre quelle, hanno visto tante cose, usi, costumi diversi. E poi ogni edificio… sulla pietra si può leggere la storia, le difficoltà, perché a seconda di che pietre ci sono nei palazzi, se c’è un periodo più ricco magari c’è il marmo…. Se uno guarda attentamente, vedi anche pietre con dei simboli e tutto vuole dire, vedi un arco con un simbolo, lì c’era una confraternita, là c’è una bottega che apparteneva all’arte della lana o al fabbro. Io dico sempre: ti raccontano la storia, come i mobili.
Amo Anghiari perché mi racconta tante cose, lo amo perché c’è una chiesa, che io la considero una cucina, la chiesa della Badia, sei mai stata? E per me… io quando apro, a volte entro dentro un momento così, chiudi la porta, ha questa pianta irregolare che sembra una cucina, una casa, senti un profumo particolare, vedi sulla sinistra questa Madonna con bambino che si guardano negli occhi, che sembra che il mondo sia fuori, e poi da qualsiasi parte tu guardi questa Madonna non ti guarda mai, ha gli occhi negli occhi col figlio.
Lo amo Anghiari per questo, lo amo per le scale sali e scendi, lo amo per le persone che ci sono che purtroppo si perdono. Lo amo… è il paese del cuore, io dico sempre, io sono nata a Sansepolcro, mi dovessero dire, torni a Sansepolcro, lasci Anghiari, mi dispiace no. Lo amo perché la mattina, ci si guarda, io sto giù in basso ad Anghiari e ho la finestra di camera che mi dà proprio sulla città vecchia. Lo vedo, la mattina ci si saluta: ‘Ora arrivo, tranquillo, ora arrivo’. È una cosa che ti senti dentro, è difficile dire perché è come quando dici… come uno di famiglia, gli vuoi bene nei pregi e nei difetti, perché ha anche difetti, come tutti noi. I colori, i suoi colori, quando la mattina ha questa luminosità che è diversa dalla sera. Quando guardi dalle mura a tutta questa piana, pensi a quanti prima di te l’hanno vista così, ripensi alle storie di persone che ci sono state, alle loro gioie, ai loro dolori, alla vita in generale, alla vita.


Ho intervistato Paola nell’appartamento rinascimentale riccamente affrescato dove stavo in Corso Matteotti. Paola ha studiato biologia, ma da tanti anni fa la spazzina per le strade di Anghiari. Lei è famosa per il suo sorriso e la sua gioia di vivere.
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Paola Foni