Stefania Bolletti


Stefania è architetta e presidente della LUA, la Libera Università dell’Autobiografia. L’ho intervistata a casa ‘mia’, lei abita a 30 secondi da dove sto io nel centro storico e per vederci alla LUA avremmo impiegato circa 5 minuti!
Mia madre si chiamava Lina, il babbo Arnaldo e ho una sorella Patrizia. Sono nata nel dicembre 1960, quel giorno nevicava ad Arezzo. Ero la prima della famiglia a nascere in una clinica, mia sorella era nata in casa, sono la prima nata non in un paese o in campagna. I miei genitori sono venuti ad Arezzo per lavoro, ho vissuto i primi tre anni nel centro storico in un’abitazione dei primi anni del ’900… ho dei ricordi di un giardino.
Poi abbiamo comprato una casa nuova come altre famiglie nel periodo del boom economico e siamo andati a vivere in un’altra parte della città nuova con scuole, tant’è che io sono andata a scuola sempre a piedi insieme alle amiche e a mia sorella senza dover prendere un mezzo. Il nostro quartiere era adiacente a una zona agricola, ho giocato molto da piccola con gli amici in campagna. Questo per me è stato molto importante perché sono state le esplorazioni della mia infanzia e giovinezza, quello era il raggio di azione che potevo avere. La mia mamma non lavorando aveva molto tempo per noi, mi ricordo benissimo che attraversavamo tutta la città a piedi… il rapporto con la città, una visione dello spazio allargata e vissuta. È stata un’esperienza fondativa.
Ho frequentato il liceo scientifico ricavato in una vecchia fabbrica orafa perché Arezzo è famosa per la lavorazione dell’oro. La mia mamma non lavorava, io ho voluto fortemente lavorare per riscattare la sua presunta condizione subalterna. Avrei voluto diventare una restauratrice di pittura, ma al liceo ho incontrato un professore che mi disse ‘Vai a fare ingegneria’. I mentori sono tali quando creano un dissidio e io per contrasto dissi ‘no’ e andai all’università di Firenze a fare architettura, una via di mezzo, con l’idea comunque di dedicarmi al restauro dei monumenti. C’era sempre questo tema del passato che mi ha accompagnato per tutto il mio corso di studi. Questa passione per la storia si è trasferita alla città, alla storia del territorio e, incontrando altri maestri, alla storia del paesaggio. Mi ha portato a interessarmi di come si abita in un luogo, di quali sono i modi di farlo proprio. La città non è solo un luogo che solo si costruisce, è un desiderio innato di stare insieme per fare corpo comune rispetto a ciò che ci circonda e ci fa paura. Poi c’è il paesaggio storico toscano, gli uliveti terrazzati, costruito con una tensione verso la bellezza. Nella mia tesi di laurea ho ricercato questa coscienza collettiva, quelle regole non scritte che ognuno di noi si porta dentro.
Quando mi sono laureata nel 1986 il mio professore mi disse che mi aspettava a settembre nel suo studio a Firenze. Poi a un certo punto ho visto per caso un bando per un concorso qui ad Anghiari, in Comune, ho partecipato al concorso e l’ho vinto. Quindi è cambiato tutto, un’avventura che è continuata per 37 anni.
In un primo tempo vivevo ad Arezzo, poi sono venuta a vivere qui ad Anghiari stabilmente nel 1990, qui nella stessa casa, con il mio compagno che lavorava in Comune. Io non conoscevo nessuno in Comune. Avevo 26 anni, unica donna architetto, avevo un po’ timore di non essere compresa, ma un grande maestro, il capoufficio, molto generoso mi insegnava tutto ciò che non ho imparato sui libri, ho imparato facendo. Volevo rendermi utile, mettermi al servizio di questa comunità per cercare di mantenere il più possibile queste tradizioni.
Ho raggiunto l’obiettivo che mi ero posta, quello di dare a questo luogo un piano regolatore, ho trovato sempre dei buoni amministratori che hanno creduto in me. Dopo dieci anni, ho cambiato lavoro, sono tornata ad Arezzo, ma vivevo qua. Sono andata 17 anni alla Provincia dove ho partecipato per il piano del paesaggio di tutta la provincia. Poi sono andata in Regione Toscana a Firenze dove ho concluso il mio lavoro arrivando alle riserve naturali e a occuparmi della tutela della biodiversità.
Anghiari, nonostante non ci sia nata, è il mio luogo, è stata una scelta dettata da qualcosa che avevo dentro di me. Quando ho deciso di occuparmene per la tesi di laurea è stato perché conoscevo delle persone qui. Sono entrata in una casa restaurata nel centro storico e ho visto che c’era un’attenzione, una cura di questo restauro semplice, una cura nei materiali, nel modo di trattare il muro, insomma sembrava un restauro fatto da un architetto di una Soprintendenza secondo i criteri del restauro filologico. Questo mi ha stupito perché chi l’aveva fatto non aveva nessun tipo di cognizione tecnica, era invece il frutto di una competenza, di una sensibilità che apparteneva a tutti. Un’altra cosa che notavo: non ci sono grandi trasformazioni moderne nel centro storico o le finestre di alluminio anodizzato. In parte il mantenimento di elementi tradizionali dipendeva dal fatto che il paese era molto povero, la gente non poteva costruire nuove case e così restaurava le vecchie.
Intervistavo diverse persone chiedendo loro dove trovavano i materiali, che strumenti usavano, come lavoravano per ricostruire un po’ il mondo che non c’è più, ma ancora si continuava a mettere in atto questi modi di restaurare, un sapere non scritto degli artigiani. È importante per l’architetto o l’urbanista tenere in considerazione tutto questo patrimonio di conoscenze perché dobbiamo conoscere il passato per progettare nuove parti della città.
Osservando le attività che le persone svolgevano nelle strade mi aveva spinto verso un tipo di studi che mutuava dall’antropologia delle metodiche per studiare un contesto sociale. Ero in particolare interessata a come questa comunità aveva costruito un paesaggio, la città e anche la casa, la rappresentazione dei propri valori nella casa. Studiare il territorio circostante mi serviva per capire come era il sistema insediativo, come si erano popolate queste terre, le città murate che avevano un’origine medievale e anche il rapporto del paese con il territorio.
C’era anche un rapporto significativo con il sacro. La strada in particolare che da Anghiari arriva alla chiesa del Carmine per gli anghiaresi è un cordone ombelicale, c’è una lunga tradizione di processioni che si svolgono lì. Per questo volerci fare quell’antenna non è solo uno sfregio perché da lì si gode una bellissima visuale e interrompe questa continuità. Non ci si rende conto che quella è la strada più importante di Anghiari, forse rappresenta ancora questo modo di rapportarsi con il territorio.
C’è una discendenza da riti pagani in queste processioni che oggi sono cattoliche, in realtà sono dei riti di sacralizzazione. Ho studiato i tabernacoli ai crocicchi, le croci sono spesso in punti in cui potrebbe esserci un’entità maligna o dove era avvenuto un fatto di sangue. Tutti questi segni portano avanti questa modalità di stare in rapporto con il territorio.
Ero anche interessata alla relazione fra gli spazi pubblici, semi-pubblici e privati. Le strade sono pubbliche, ma nel momento in cui le donne si mettevano a sedere e facevano conversazione, mettevano un tavolino e giocavano a carte, diventano semi-private. Ho investigato quelle funzioni come il forno per cuocere il pane che usavano tutti, la fontana per l’acqua. Poi c’è la piazza, luogo di incontro per manifestazioni, feste, mercati…
Vivendo in borghi come Anghiari abbiamo una percezione di connessione nello spazio con altri e il mondo intorno a noi mentre in città lo spazio è più privatizzato. Non è solo l’aria pulita, ma un senso di abbraccio, che fa bene all’anima. Venire qua dalla città significa rieducarci a questo sguardo, a dire ‘questo luogo mi appartiene e io gli appartengo idealmente’.
La LUA si riaggancia a questa mia storia professionale, al tema della memoria dei luoghi. Quando Duccio Demetrio e Saverio Tutino l’hanno fondata si è riacceso il filo del mio interesse per la memoria della persona, mi è piaciuto subito. Nel 2001 è morta mia mamma, giovane, 66 anni. Sentivo il desiderio di fermare la memoria di me che lei mi raccontava di quando ero piccola. Mi sono iscritta al corso di scrittura e ho scritto la mia autobiografia nel 2001. Tutino era presidente, viveva a Roma, mi chiese di esser la sua vice, non potevo dire di no, poi sono stata presidente per oltre dieci anni. Dal primo aprile sono in pensione e sto cercando di dedicarmi di più a questo lavoro.
Abbiamo cominciato un nuovo progetto che si chiama ‘Un borgo che parla’. È finanziato dal Ministero della Cultura con fondi PNRR con l’obiettivo di creare dei laboratori dove gli anghiaresi possono raccontare i luoghi di affezione, gioco, lavoro, festa, come vedono il paese. È un modo di stare in gruppo, raccontarsi reciprocamente, ma anche scrivere e leggere. Registreremo dei podcast, c’è il coinvolgimento del teatro di Anghiari, del Museo della Battaglia e dell’Archivio dei diari di Pieve Santo Stefano. L’idea è di mettere a disposizione questi racconti soggettivi a chi viene da fuori attraverso il QR code. Ci saranno degli altoparlanti collegati con il Museo della Battaglia e potremo mandare a loop dei racconti di altri luoghi, il turista può lasciare la sua testimonianza. Vogliamo creare un avvicinamento e un dialogo.
Io sono ottimista circa il futuro di Anghiari. La cura con cui la gente ha mantenuto le tradizioni… c’è un grande senso di appartenenza. Io spero che chiunque da fuori arriva qua colga questo valore, l’unicità di questo borgo. Mantenere vivo il passato è così importante. Le pietre parlano e raccontano le storie, parlano di noi, del nostro paese: noi siamo questo, siamo pietre, l’Italia è questo.


Stefania è architetta e presidente della LUA, la Libera Università dell’Autobiografia. L’ho intervistata a casa ‘mia’, lei abita a 30 secondi da dove sto io nel centro storico e per vederci alla LUA avremmo impiegato circa 5 minuti!
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Stefania Bolletti